Governance dei consorzi dei bacini imbriferi montani, dal passato al presente (Parte prima)

La cronaca riguardo alle nomine dei componenti delle assemblee dei consorzi dei comuni dei Bim del Chiese e del Sarca è a dir poco demotivante. Fino ad ora il tenore della discussione ha al massimo riguardato i nomi di alcuni candidati in una logica spartitoria delle cariche e del potere. Assente non giustificato invece qualsiasi ragionamento programmatico.

Le ragioni di un simile andazzo non sono di esclusiva responsabilità degli amministratori degli enti locali ma di una consuetudine antica e deleteria che vede nei Bim dei salvadanai da utilizzare per distribuire risorse pubbliche a pioggia e per costruire consenso con le modalità tipiche delle relazioni di clientela che esistevano ai tempi degli antichi romani. Si tratta di un metodo che ai giorni nostri al massimo produce vantaggi per pochi gruppi di persone ma non per la resa sociale ed economica dell’investimento pubblico.

I consorzi Bim sono stati istituiti per attuare il precetto sancito all’articolo 44 della Costituzione italiana. Il loro obiettivo è di promuovere il progresso economico e sociale delle aree montane, amministrando i sovracanoni versati dai concessionari di grandi derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico. È evidente che i padri costituenti volessero riservare un trattamento speciale alle popolazioni delle zone montane, da sempre povere, compensandole per lo sfruttamento delle ricchezze naturali del loro territorio. L’orientamento originario del legislatore fu di destinare le risorse raccolte con i sovracanoni per permettere alle popolazioni locali di uscire da uno stato accentuato di disagio ed emarginazione. Le linee di indirizzo per impiegare le risorse furono sostanzialmente tre: (1) interventi per opere nei luoghi che subirono danni e disagi economici derivanti dalla costruzione delle derivazioni, (2) opere per i territori dai quali proveniva l’acqua utilizzata dai produttori di energia elettrica od (3) opere nei luoghi con specifiche esigenze di carattere sociale ed economico. Sulla base di questo orientamento furono scritti la legge istitutiva dei Bim del 1953 e gli statuti dei consorzi del Chiese e del Sarca.

Come testimoniato da Mario Antolini Musón, uno degli attori protagonisti di quel periodo, l’intendimento era di promuovere lo sviluppo dei territori intesi come area vasta. Per questo si lavorò per levare la locuzione di “Comuni rivieraschi” sostituendola con “popolazioni residenti nell’ambito del rispettivo bacino montano”. Si voleva togliere ai Comuni la voglia di spezzettare i sovracanoni per di investirli, invece, a livello sovracomunale tramite progetti che riguardassero le popolazioni del bacino imbrifero nella loro globalità.

Negli statuti tuttora in vigore i padri fondatori, tra i quali appunto lo stesso Muson che svolse la funzione di segretario del primo consorzio giudicariese, avevano previsto che ogni consiglio comunale eleggesse il proprio rappresentante scegliendolo tra cittadini. L’eletto non doveva essere obbligatoriamente né consigliere e tantomeno sindaco. E infatti il primo presidente del Bim del Sarca, Alfiero Andreolli, eletto per Tione, non sedeva in consiglio comunale. Sfortunatamente, dopo quella prima felice esperienza e salvo rare eccezioni, i Comuni se ne infischiarono dello spirito dello Statuto e decisero di far man bassa con la più classica delle lottizzazioni designando ai Bim sindaci, assessori e consiglieri, appropriandosi di fatto della cassa dei Bim ridotti a salvadanaio con meno vincoli e controlli rispetto alle altre amministrazioni pubbliche, in alcuni casi arrivando a deprivare il personale tecnico assunto dai Bim per la progettazioni e l’esecuzione in proprio ed in autonomia delle opere sovracomunali.

Come ci ricorda sempre Muson, i fondatori del consorzio dei comuni giudicariesi del 1951 (poi sciolto una volta istituiti i Bim) e al contempo co-autori della legge statale del 1953, desideravano che i rappresentanti delle popolazioni fossero tutti cittadini dell’intero comprensorio, dei due bacini montani delle Giudicarie e che nessuno sedesse contemporaneamente in consiglio comunale. Il proposito era dunque che i componenti delle assemblee agissero come giudicariesi nel loro complesso e non come meri rappresentanti del singolo paesino. Si voleva evitare di frammentare le somme a disposizione favorendo invece progetti unitari volti allo sviluppo di tutto il territorio. Purtroppo i propositi iniziali caddero vittima della concezione più misera della politica e non vennero realizzati. Una catena perversa che si può e si deve spezzare oggi, riportando i Bim giudicariesi e non solo ad operare in un’ottica di sviluppo sovracomunale e non come cassetta di sicurezza per questo o quel comune. *

Alex Marini – Consigliere regionale M5S

* Pubblicato su L’Adige il 12 gennaio 2021

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