Presentati un ordine del giorno e un’interrogazione per sollecitare il recupero della Fossa Granda di Darzo

La settimana scorsa ho presentato un ordine del giorno e un’interrogazione riguardanti la rinaturazione della Fossa Granda di Darzo, un corso d’acqua ormai quasi perennemente desertificato, che potrebbe tornare a nuova vita con interventi minimi. Se poi la politica volesse impegnarsi un attimo i fondi potrebbero persino arrivare dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nazionale.

La Fossa Granda di Darzo ha una storia travagliata. Negli anni ‘70 il suo affluente principale (il Rio Carbonare) fu deviato direttamente nel fiume Chiese per consentire un più veloce smaltimento dei residui della lavorazione della barite. Per anni l’acqua non venne comunque a mancare e la Fossa all’apparenza rimase rigogliosa e pescosa come sempre. Purtroppo non poteva durare. Il progressivo abbassamento della falda (causato dal cambiamento climatico e dal rilascio di numerose concessioni per pompare acqua) alla lunga si abbatté sulla Fossa che un tempo abbeverava tutta la campagna di Darzo, fino a prosciugarla quasi completamente. Oltre al danno ambientale ciò causò anche guasti al paesaggio e alle colture, senza contare l’effetto sulla pesca.

La situazione, pur grave, non è però senza speranza. Dopo oltre un secolo, l’estrazione della barite dalle montagne di Darzo è ormai terminata e il canale artificiale nel quale è stato incanalato il Rio Carbonare non ha più alcuna funzione economica. L’acqua del Rio potrebbe con facilità tornare ad abbeverare la Fossa, con effetti benefici generalizzati. L’intervento non sarebbe nemmeno così oneroso e come logica la rinaturazione della Fossa si inserirebbe a pieno titolo negli interventi previsti dal PNRR.

Quello che si potrebbe fare con la Fossa Granda è solo un esempio.  Il PNRR rappresenta un’enorme opportunità di sviluppo per il Paese. Grazie alle risorse a favore dell’Italia che il governo Conte ha ottenuto dall’Unione Europea si sono posti i presupposti concreti non solo per rilanciare la nostra economia fiaccata dal Covid ma anche per farlo in maniera non dannosa per l’ambiente e la vita delle persone. Questo è, in sostanza, il fondamento alla base della cosiddetta transizione ecologica e lo si può tradurre in una miriade di interventi che possono ridare vita al nostro territorio rendendolo anche più ricco, ma solo a patto di avere la lungimiranza e l’intelligenza di saper cogliere le opportunità invece di cercare di dare una pitturata di verde ai soliti interventi distruttivi che alla fine servono solo a far guadagnare un sacco di soldi a pochissime persone, causando danno a tutti gli altri.

La settimana scorsa il mio Ordine del Giorno è stato ritenuto inammissibile perché non inerente alla legge in trattazione (il che è molto opinabile ma tant’è). Ho quindi presentato un’interrogazione tramite la quale sollecito la giunta a fare quello che serve per il recupero della Fossa Granda. La mia speranza è che questo intervento serva da spunto per far nascere una miriade di iniziative simili in tutto il Trentino, possibilmente prima che il treno del PNRR passi definitivamente.

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Segue il testo integrale dell’interrogazione n. 3085/XVI a risposta scritta “Interventi di rinaturazione e di ripristino del flusso idrico e della funzionalità ecologica della Fossa Granda di Darzo”, presentata il 5 ottobre 2021

l’articolo 1, comma 1, della Legge Provinciale 3 aprile 2007, n. 9 (Disposizioni in materia di bonifica e miglioramento fondiario, di ricomposizione fondiaria e conservazione dell’integrità dell’azienda agricola e modificazioni di leggi provinciali in materia di agricoltura) in materia di miglioramento fondiario, afferma che: “La Provincia autonoma di Trento riconosce, promuove ed organizza l’attività di bonifica come funzione di interesse pubblico in materia di difesa del suolo, di regolazione ed utilizzazione delle risorse idriche e di tutela ambientale, ai fini della salvaguardia, della fruizione e dell’equilibrato sviluppo del territorio provinciale e delle sue risorse”;

il comma 8, dell’articolo 4, della legge provinciale sulle acque pubbliche n. 18 del 1976 riconosce la possibilità alla provincia di acquisire le aree laterali ai corsi d’acqua idonee ad assicurare il buon regime, la naturalità e la fruibilità dei corpi idrici e il mantenimento o il ripristino della vegetazione spontanea nella fascia immediatamente adiacente gli stessi, nonché le aree di pertinenza di opere idrauliche, anche già realizzate, per garantire la funzionalità e la fruibilità dei corpi idrici e la continuità della proprietà demaniale, nei limiti in cui ciò è necessario per una razionale gestione unitaria del demanio idrico;

secondo quanto previsto dalla Missione 2: rivoluzione verde e transizione ecologica – componente C4 “Tutela del territorio e della risorsa idrica” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), la sicurezza del territorio, è intesa come la mitigazione dei rischi idrogeologici (con interventi di prevenzione e di ripristino), la salvaguardia delle aree verde e della biodiversità (es. con interventi di forestazione urbana, digitalizzazione dei parchi, rinaturazione del Po), l’eliminazione dell’inquinamento delle acque e del terreno, e la disponibilità di risorse idriche (es. infrastrutture idriche primarie, agrosistema irriguo, fognature e depurazione), aspetti fondamentali per assicurare la salute dei cittadini e, sotto il profilo economico, per attrarre investimenti. Sulla base di queste premesse la Componente 4 pone in campo azioni per rendere il Paese più resiliente agli inevitabili cambiamenti climatici, proteggere la natura e le biodiversità, e garantire la sicurezza e l’efficienza del sistema idrico;

la Missione 2, componente C4 del PNRR si suddivide a sua volta fra numerosi ambiti d’intervento/misure. Di particolare interesse ai fini del presente atto è il n.3 “Salvaguardare la qualità dell’aria e la biodiversità del territorio attraverso la tutela delle aree verdi, del suolo e delle aree marine” che assegna 0,36 miliardi di euro all’investimento riguardante la rinaturazione dell’area del Po. Come noto il fiume Chiese fa proprio riferimento la bacino del Po, del quale, passando per il fiume Oglio, risulta essere il maggiore dei subaffluenti. È un fatto incontestabile che il Chiese sia strettamente connesso alla Fossa Granda di Darzo, la quale scorre a poche decine di metri da esso, e che quindi la stessa Fossa Granda faccia parte a tutti gli effetti del bacino del Po. Per analogia e coerenza con gli obiettivi e gli impegni del PNRR appare dunque come la Fossa Granda di Darzo possa a buona ragione essere oggetto di interventi di rinaturazione e ripristino da parte della Provincia Autonoma di Trento;

la contaminazione da PFAS (vedasi la mozione 39/XVI del 28 novembre 2019,  l’interrogazione 1814/XVI del 5 ottobre 2020 e l’interrogazione 3014/XVI del 21 settembre 2021) ha causato e sta a tutt’oggi causando numerose criticità al sistema idrico dell’area del basso Chiese. A ulteriore conferma di ciò, si noti ad esempio quanto specificato nel 9° rapporto sullo Stato dell’ambiente della Provincia di Trento, redatto dall’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente (APPA) e pubblicato nel dicembre 2020: “Le risultanze, ottenute ad agosto 2018, confermano la presenza diffusa in falda di PFOS, anche se in bassissime concentrazioni. Dati gli eventi di piena di fine ottobre 2018, APPA e Servizio geologico hanno ritenuto opportuno sospendere le indagini sulle falde sotterranee per qualche mese, al fine di esaurire la ricarica dovuta alle intense precipitazioni occorse. Un nuovo monitoraggio congiunto delle acque superficiali e sotterranee è stato quindi eseguito il 19 febbraio 2019, avvalendosi per le analisi chimiche della metodica preliminare messa appunto dal Settore Laboratorio di APPA per la determinazione di PFAS. I risultati ottenuti hanno confermato il quadro delineato, con diffuso riscontro di PFOS nelle acque sotterranee anche se a concentrazioni basse”;

sempre nella zona del basso Chiese, alcuni anni fa balzò agli onori delle cronache la situazione di degrado nella quale versava la Fossa Granda di Darzo (“Darzo, acque nere nella Fossa Granda” – Trentino – 14 ottobre 2016). Il corso d’acqua in questione, che serve ampi tratti di campagna e, potenzialmente, riveste un ruolo rilevante per l’approvvigionamento idrico di quest’ultimi, ha subito una serie di interventi antropici che ne hanno determinato il disseccamento per lunghi periodi dell’anno nella parte alta, mentre sullo stesso inciderebbero scarichi di acque nere non trattate, a quanto pare risultanti dalla non conformità alle buone pratiche idrauliche delle condotte fognarie di numerose abitazioni della frazione storese di Darzo. A distanza di 5 anni dall’esplosione del caso tali criticità non risultano in alcun modo risolte;

la Fossa Granda di Darzo è parte del demanio idrico provinciale la cui manutenzione idraulica è dunque di competenza della Provincia Autonoma di Trento. Il deflusso minimo vitale nella parte alta della Fossa Granda non risulta in alcun modo garantito, ciò a causa di una serie di fattori concomitanti: (1) la realizzazione di derivazioni (2) l’abbassamento della falda del Chiese, la stessa che, come sottolineato in precedenza, risulta contaminata dagli PFAS e che rappresenta di fatto la fonte primaria di approvvigionamento del già citato corso d’acqua e soprattutto (3) la deviazione del Rio Carbonere, che alimenta la Fossa Granda, direttamente nel fiume Chiese, che fu realizzata allo scopo di facilitare lo scarico delle acque utilizzate per il lavaggio della barite estratta dalle miniere della montagna darzese;

come dimostrato dalle mappe storiche in allegato al presente atto, il corso naturale della Fossa Granda è stato compromesso dagli interventi effettuati negli ultimi decenni del Novecento. Le mappe catastali mantengono tuttavia immutata l’area demaniale dove scorreva il corpo idrico (allegati: mappe e ortofoto). Vale inoltre la pena sottolineare come la Fossa Granda sia a tutti gli effetti un bene demaniale con tutte le conseguenze che ne conseguono in ordine al rispetto dei livelli di mantenimento degli indici di funzionalità ecologica di base;

a fronte della conclamata contaminazione da PFAS nel basso Chiese, emerso solo a seguito di una richiesta di verifica nazionale, si ritiene opportuno che l’ente provinciale intervenga per controbilanciare il danno ambientale e paesaggistico subito da tale territorio, effettuando, laddove opportuno, interventi di bonifica e rinaturazione dello stesso, e, qualora possibile, avvalendosi delle possibilità garantite dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alla voce d’investimento “3.3: Rinaturazione dell’area del Po”, proprio partendo dalle situazioni più incresciose enucleate, come ad esempio quella delineata nel presente atto riguardo alla Fossa Grande di Darzo;

tutto ciò premesso si interroga il Presidente della Provincia per sapere

  1. se abbia valutato o intenda valutare interventi di rinaturazione e di ripristino del deflusso idrico e della funzionalità ecologica della Fossa Granda di Darzo di concerto con l’amministrazione comunale di Storo, il Consorzio di Miglioramento Fondiario Darzo e l’ASUC di Darzo;

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Fossa Granda di Darzo – Mappa catastale anno 1850
Fossa Granda di Darzo – Mappa catastale anno 1963
Fossa Granda di Darzo – Mappa catastale anno 1973
Fossa Granda di Darzo – Mappa catastale anno 1980
Fossa Granda di Darzo – Mappa catastale anno 2021
Lo stato in cui versa la Fossa Granda oggi
La qualità dell’acqua, quando c’è, è drasticamente precipitata
Il letto della Fossa e le sue rive hanno urgente bisogno di interventi di rinaturazione

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