Educare cittadini o formare spettatori?

Lettera inviata all’istituto comprensivo dei miei figli

Gentile Dirigente

Per conoscenza
ai Docenti
ai componenti del Consiglio di Istituto

scrivo in qualità di genitore di due alunni iscritti a questo Istituto per condividere una riflessione sull’iniziativa del minuto di silenzio osservato nei giorni scorsi, in seguito alla comunicazione del Ministro dell’Istruzione (e del Merito) relativa alla tragedia di Crans-Montana.

La mia perplessità non riguarda il contenuto della lettera ministeriale in sé, che esprime il punto di vista di chi l’ha redatta ed è coerente con il ruolo e l’impostazione ideologica dell’attuale titolare del dicastero. Ciò che invece mi interroga profondamente è il modo in cui la scuola ha recepito ed eseguito tale indicazione, limitandosi a darvi corso senza promuovere alcuna riflessione critica, contestuale e pedagogicamente fondata.

La tragedia di Crans-Montana ha colpito l’intera Europa. Non sono morti “sei studenti italiani” come sottolineato dall’esponente governativo, ma quarantuno persone di diverse nazionalità; oltre cento sono rimaste ferite, molte in condizioni gravissime. Ridurre il lutto a una dimensione nazionale selettiva rischia di deformare il senso stesso della solidarietà e di trasmettere un messaggio implicito di gerarchia del dolore, che la scuola – per vocazione – dovrebbe problematizzare, non avallare.

Ancora più problematico appare il carattere simbolico dell’iniziativa, che si inserisce in una più ampia trasformazione del discorso pubblico: la tendenza a sostituire l’analisi dei fatti con gesti emotivi, immediatamente comunicabili e mediaticamente efficaci. In questo quadro, il consenso non si costruisce attraverso il confronto e la responsabilità, ma attraverso la spettacolarizzazione del dolore e la personalizzazione delle tragedie. È una logica che semplifica la realtà e trasforma cittadini e studenti in spettatori, più che in soggetti critici.

Emblematico, in questo senso, è il fatto che l’attenzione simbolica non sia accompagnata da una riflessione sulle responsabilità istituzionali, sulle falle nei sistemi di prevenzione e sicurezza o sulla cooperazione tra autorità pubbliche. Colpisce ancor più se si pensa che, in Trentino, pochi anni fa un dirigente provinciale fu rimosso con procedure illegittime per aver chiesto il rispetto delle norme di sicurezza in occasione di un concerto di un noto cantautore italiano: un segnale preoccupante, che mostra come l’esercizio del principio di precauzione e del senso di responsabilità venga talvolta scoraggiato, mentre i gesti rituali e privi di conseguenze reali vengano incoraggiati.

Questa selettività emerge con forza se si guarda ad altre tragedie contemporanee. Di fronte alla distruzione sistematica della Striscia di Gaza, che ha causato decine di migliaia di vittime, tra cui quasi ventimila bambini, la scuola italiana non ha mai ritenuto di fermarsi nemmeno un minuto. Non si tratta di fare confronti tra dolori, ma di interrogarsi sui criteri con cui alcuni lutti diventano visibili, legittimi e “educativi”, mentre altri restano fuori dal campo della rappresentazione.

La scuola non dovrebbe essere una cassa di risonanza passiva del potere politico, ma uno spazio pubblico autonomo, capace di restituire complessità ai fatti e di educare al pensiero critico. Avrei ritenuto auspicabile che un gesto come il minuto di silenzio fosse accompagnato da una discussione, da un momento di approfondimento, o almeno da una cornice che ne chiarisse il senso e i limiti.

Con questa lettera non intendo sollevare una polemica, ma sollecitare una riflessione sul ruolo della scuola come presidio critico della democrazia, chiamata a sottrarsi alla semplificazione emotiva e a formare cittadini consapevoli, non semplici spettatori.

Cordialmente,

Alex Marini

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