L’8 marzo 2026, mentre in Italia si discuteva d’altro, a pochi chilometri dal confine settentrionale si è svolto qualcosa di straordinario nella sua ordinarietà: i cittadini svizzeri sono stati chiamati a votare su una proposta concreta che riguardava il sistema dell’informazione pubblica.
L’iniziativa popolare in questione, promossa dalla destra, chiedeva di ridurre drasticamente il canone radiotelevisivo da 335 a 200 franchi all’anno, indebolendo così la SSR, l’ente radiotelevisivo pubblico svizzero. Il risultato? Respinta dal 61,9% dei votanti, con tutti i cantoni contrari. Un segnale chiaro e inequivocabile.
Ma la notizia più importante non è il risultato in sé. È il metodo con cui quel risultato è stato raggiunto.
In Svizzera esiste la democrazia diretta nella sua forma più matura. I cittadini possono proporre iniziative popolari su qualsiasi tema, i referendum si svolgono senza quorum con un sistema di voto accessibile — il risultato è valido qualunque sia l’affluenza — e il dibattito pubblico si costruisce attorno a contenuti concreti in un contesto pluralista e sulla base un’informazione istituzionale prodotta nel rispetto della par condicio al fine di garantire a tutti gli elettori un livello minimo di elementi conoscitivi su cui poter maturare un’opinione. In questo caso, la popolazione ha potuto discutere, informarsi e decidere autonomamente se il servizio pubblico valesse la pena di essere difeso. Ha risposto di sì.
Questo meccanismo ha un effetto profondo sulla qualità della democrazia. Quando i cittadini hanno strumenti reali di partecipazione, i beni comuni tendono ad essere protetti. L’informazione pubblica, il pluralismo, l’indipendenza editoriale: sono valori astratti finché non si chiede alle persone di esprimersi concretamente su di essi. A quel punto diventano scelte politiche reali.
In Italia questo scenario è difficile anche solo da immaginare. Il nostro sistema referendario prevede un quorum del 50% degli aventi diritto, una soglia che incentiva strutturalmente l’astensionismo come strumento politico. Le iniziative legislative popolari esistono sulla carta ma sono sistematicamente ignorate dal Parlamento. Non esiste uno strumento con cui i cittadini possano proporre e far approvare direttamente una legge.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il sistema radiotelevisivo pubblico, la RAI, è storicamente governato dalla lottizzazione partitica con una distorsione che si è aggravata nel tempo fino a diventare patologica: chi vince le elezioni orienta i vertici aziendali e, con essi, la linea editoriale. Il sistema privato, dall’altra parte, è concentrato in poche mani con evidenti e mai risolti conflitti di interesse. In questo scenario, il pluralismo dell’informazione non è una conquista consolidata ma un equilibrio precario di facciata, continuamente esposto alle pressioni del potere politico ed economico.
Ciò che è successo in Svizzera domenica scorsa non è una notizia di politica estera. È uno specchio. Ci mostra cosa potrebbe significare avere strumenti democratici che funzionano davvero: la possibilità di decidere collettivamente su ciò che conta, di difendere i beni comuni senza dover dipendere dalla buona volontà di chi governa.
Qualcosa però si muove anche in Italia. Nei mesi scorsi – con l’appoggio convinto di Più Democrazia in Trentino – ha preso forma l’iniziativa Basta Quorum, che punta proprio a rimuovere uno degli ostacoli strutturali della nostra democrazia: il quorum del 50% che da decenni svuota i referendum abrogativi del loro reale potere. L’obiettivo è costruire un sistema in cui il popolo possa davvero esprimersi e decidere sui temi cruciali per la democrazia, senza che l’astensionismo organizzato possa bloccare qualsiasi esito scomodo per chi detiene il potere.
La Svizzera ci mostra che non è utopia. È una scelta politica. Sta a noi decidere se farla.

