Nel dibattito sul referendum costituzionale relativo alla riforma del Consiglio superiore della magistratura, il comportamento del Partito Democratico trentino solleva più di una perplessità. Non tanto per il merito delle posizioni – legittimamente differenziate – quanto per l’assenza di una linea politica chiara su una questione che riguarda direttamente l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Da un lato, esponenti come il senatore Giorgio Tonini e il capogruppo regionale Andrea De Bertolini sostengono il Sì, interpretando la separazione delle carriere come un completamento del principio del giusto processo. Dall’altro, figure dello stesso partito, tra cui Sara Ferrari e il segretario Alessandro Dal Ri, si schierano per il No, denunciando il rischio di un indebolimento della magistratura e di un rafforzamento del potere politico.
Questa compresenza di posizioni opposte viene spesso rivendicata come pluralismo interno. In realtà, appare piuttosto come una scelta strategica: presidiare contemporaneamente entrambi i fronti del dibattito per non perdere consenso in nessun segmento dell’elettorato. Una logica comprensibile in campagna elettorale, ma difficilmente giustificabile in un contesto referendario.
I referendum costituzionali non servono a misurare i rapporti di forza tra partiti, ma a orientare i cittadini su scelte che incidono sull’architettura istituzionale. In questo caso, il nodo è tutt’altro che marginale: si tratta di capire se quello che si presenta formalmente come una riforma costituzionale – ma che nei fatti somiglia a un vero e proprio “decreto costituzionale”, visto che il Parlamento non ha modificato nemmeno una virgola della proposta Meloni–Nordio – contribuisca a rafforzare l’equilibrio tra poteri o, al contrario, apra la strada a una maggiore influenza dell’esecutivo sulla magistratura.
Anche nel dibattito locale emergono dubbi fondati. Il costituzionalista Roberto Toniatti (cittadino attivo del comitato per il No) ha sottolineato come la separazione delle carriere non sia affatto necessaria per garantire l’imparzialità del giudice e come il problema sia, semmai, nelle regole del processo penale. Inoltre, la riforma interviene su un sistema già modificato, senza che vi siano evidenze di criticità tali da giustificare un intervento costituzionale.
A ciò si aggiunge una frattura meno visibile ma rilevante: quella sociologica. All’interno del PD trentino convivono sensibilità diverse, che riflettono anche differenti riferimenti sociali. Da un lato un elettorato che vede nella giustizia un presidio dei diritti e dell’uguaglianza; dall’altro segmenti più vicini alle élite economiche e professionali, per cui la giustizia è soprattutto uno strumento di stabilità e tutela degli interessi particolari. L’ambiguità politica finisce così per tradursi in un ulteriore slittamento progressivo verso queste ultime.
In questo contesto, la strategia di occupare entrambi i fronti produce anche un effetto di “free riding”: il partito beneficia della mobilitazione e del lavoro politico delle forze e dei soggetti sociali schierati per il No, senza assumerne fino in fondo il costo politico. Il risultato è un indebolimento complessivo del fronte critico e una maggiore difficoltà nel costruire un’alternativa credibile.
Il punto politico è semplice: quando sono in gioco gli equilibri costituzionali, non si può restare nel mezzo. La ricerca di un consenso trasversale non può sostituire la responsabilità di una scelta chiara. Perché se tutto diventa compatibile, anche ciò che mette in discussione l’autonomia della magistratura finisce per esserlo.
E in un sistema democratico già segnato da spinte verso la concentrazione del potere, questa non è una neutralità. È una rinuncia.

