Guerra a Gaza. Il ruolo della disinformazione occidentale

Per la stampa statunitense (e dunque per la stampa occidentale) la morte di un israeliano merita 16 volte più attenzione di quella di un palestinese

The Intercept ha collezionato ed analizzato più di mille articoli sulla guerra di Israele a Gaza che sono stati pubblicati sui mezzi di informazione mainstream degli Stati Uniti d’America ovvero su New York Times, Washington Post e Los Angeles Times. L’analisi ha riguardato alcuni termini chiave e il contesto in cui tali termini sono stati utilizzati nelle prime 6 settimane di conflitto e dunque dal 7 ottobre (giorno dell’attento di Hamas) al 24 novembre (inizio della tregua umanitaria).

Nel periodo preso a riferimento per la disamina sono stati uccisi 1.139 tra israeliani e lavoratori stranieri, e 14.800 palestinesi, tra cui almeno 6.000 bambini. Per inciso, i morti palestinesi causati dai bombardamenti israeliani su Gaza sono cresciuti inesorabilmente anche dopo il 24 novembre tanto che oggi si contano più di 22 mila persone ammazzate di cui circa 10.000 bambini.

In termini assoluti, nonostante le morti palestinesi abbiano superato di gran lunga quelle israeliane, le parole “israeliano” o “Israele” sono state utilizzate più della parola “palestinese” o delle sue variazioni. Le statistiche sono impietose. Per ogni due morti palestinesi, i palestinesi vengono menzionati una volta. Per ogni morte israeliana, gli israeliani vengono menzionati otto volte. Ciò significa che per la stampa occidentale il numero delle notizie che riguardano gli israeliani, per ogni morte, ha un tasso 16 volte superiore a quello dei palestinesi.

La differenza di trattamento non è solo di tipo quantitativo ma anche di tipo qualitativo. I termini utilizzati per evocare reazioni emotive per l’uccisione di civili quali ad esempio “slaughter” (sinonimo di massacro), “massacre” e “horrific” (orribile) sono stati riservati quasi esclusivamente agli israeliani uccisi dai palestinesi. Non il contrario. Specificatamente, il termine “slaughter” è stato usato da media mainstream americani per raccontare l’uccisione di israeliani rispetto ai palestinesi in un rapporto di 60 a 1, e “massacre” è stato usato per descrivere l’uccisione di israeliani contro palestinesi in rapporto di 125 a 2. “Orribile”, invece, è stato usato per descrivere l’uccisione di israeliani contro palestinesi 36 a 4.

Anche l’uccisione di giornalisti, reporter e fotoreporter palestinesi è stata ampiamente sottorappresentata. Pur essendo stato calcolato un numero di 48 giornalisti ammazzati nelle prime 6 settimane di conflitto (ora il numero è salito a 100), la notizia della loro uccisione è stata riportata solo 9 volte nei titoli principali dei 1.100 articoli analizzati.

Per la stampa yankee anche i bambini palestinesi hanno un valore scarsamente rilevante. L’analisi comparativa ha dimostrato che ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina le testate americane hanno raccontato con dovizia di dettagli la morte di bambini ucraini. Così non è stato rispetto ai 6.000 bambini palestinesi.

I media americani hanno fatto altrettanto nel raccontare i fenomeni e le manifestazioni antisemite e quelle islamofobe. Sui 1.100 articoli analizzati il rapporto è di 549 a 79. Senza menzionare le numerosissime notizie sugli “orribili massacri” commessi da Hamas rispetto agli “errori una tantum” commessi dalle azioni militari israeliane e alle omissioni sui deliberati e devastanti attacchi israeliani volti a danneggiare civili ed infrastrutture civili palestinesi.

The Intercept ha dimostrato con i numeri come funziona la disinformazione negli Stati Uniti e quali sono gli strumenti manipolare l’opzione pubblica americana e più in generale quella occidentale, compresa pertanto anche quella italiana visto che i meccanismi sono esattamente identici e speculari e che i manovratori sono gli stessi.

Qui trovate l’articolo riassuntivo della disamina di The Intercept

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