Lo sport è di tutti: contro la selezione precoce, per un’educazione inclusiva

mi sento di intervenire in merito alla lettera della “mamma di un brocco”, che con coraggio e onestà ha condiviso il punto di vista – e la sofferenza – di chi vede il proprio figlio escluso nei primi anni di attività sportiva. È un’esperienza purtroppo molto diffusa, che ci obbliga a interrogarci su quale sia oggi la vera missione dello sport giovanile.

Da tempo rifletto sul delicato equilibrio tra inclusione e competizione, e credo sia fondamentale che allenatori, dirigenti e amministratori pubblici che operano nel settore sportivo si pongano una domanda semplice ma cruciale: vogliamo formare atleti o crescere persone?

Bambini e bambine dovrebbero vivere lo sport come uno spazio educativo, sociale e relazionale. La competizione, se ben dosata, può motivare e stimolare. Ma se diventa un criterio di selezione precoce, rischia di produrre esclusione, frustrazione, abbandono. Ed è proprio ciò che accade a tanti “brocchi” – veri o presunti – che smettono di giocare non perché manchi loro la passione, ma perché nessuno li fa sentire parte della squadra e li mette sistematicamente in secondo piano.

La funzione educativa dello sport dovrebbe essere quella di sviluppare abilità tecniche, ma anche empatia, resilienza, collaborazione. Ogni ragazzo ha tempi e modi diversi per apprendere e maturare. In molti casi, coloro che oggi sembrano “indietro” possono sbocciare con il tempo, se inseriti in un contesto inclusivo che li valorizza. Viceversa, escluderli fin da piccoli è un errore non solo umano, ma anche strategico. Questa è una delle cause principali dell’abbandono precoce dell’attività sportiva. A che pro? E poi, quanti potenziali talenti abbiamo perso perché non hanno mai avuto una possibilità?

Certo, la vittoria può essere un obiettivo, ma non può diventare il metro esclusivo per valutare l’esperienza sportiva di un bambino. Lo sport giovanile non è la Champions League, e trattarlo come tale significa tradirne lo spirito. Dovrebbe insegnare a vincere, ma anche a perdere, a impegnarsi, a stare in gruppo. Non tutti diventeranno campioni, ma tutti hanno diritto a crescere giocando.

Recentemente, in un incontro formativo promosso dalla Virtus Rovere di Rovereto per allenatori, dirigenti e genitori, lo psicologo dello sport Alessandro Turchetti ha sottolineato l’importanza di abbandonare modelli selettivi basati unicamente sulla performance tecnica, promuovendo approcci inclusivi nella gestione dei gruppi giovanili. In un gruppo sportivo, ha ricordato Turchetti, esistono intelligenze differenti, relazioni e dinamiche affettive che contano quanto – se non più – delle abilità tecniche. L’educazione sportiva, se fatta con attenzione, può trasformarsi in uno strumento formidabile di coesione e crescita umana. Incontri come questo dovrebbero essere la norma, non l’eccezione.

L’appello che rivolgo è dunque ai tecnici, ai dirigenti delle società e alle istituzioni che le sostengono: difendete il diritto allo sport come diritto all’educazione, all’inclusione, alla cittadinanza. Non accontentiamoci di coltivare pochi talenti da vetrina: costruiamo contesti in cui ogni ragazzo e ragazza possa scoprire il piacere di giocare, migliorarsi, sentirsi parte di qualcosa.

Solo così potremo dire che lo sport giovanile, al di là delle classifiche, sta davvero vincendo.

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Qui l’intervento originale pubblicato su Il Fatto Quotidiano:

La lettera della “mamma di un brocco” è stata pubblicata anche su Il T quotidiano il 4 giugno 2025:

3 Replies to “Lo sport è di tutti: contro la selezione precoce, per un’educazione inclusiva”

  1. giusto. spesso già dopo primi anni, parlo del calcio, ricordo che iniziava a prevalere l’aspetto della prestazione rispetto al gioco. 

  2. Condivido pienamente l’articolo. Purtroppo i campi sportivi sono diventati dei “vivai” in funzione di futuri introiti economici . I bambini sono solo oggetti.

    1. I bimbi e preadolescenti/ Adolescenti che hanno talento tecnico ,agonistico….ecc…ecc… Risulteranno più completi se caratterialmente avranno solidarietà e capacità di aiutare chi riesce meno a fare le cose nel gioco, cresceranno e rafforzeranno sicuramente la buona riuscita in ambito sportivo e non solo. Alla soglia dei 70 anni posso dire di aver visto questo pregio in coloro che baciati dalla fortuna motoria, disponevano di grandi qualità e sensibilità verso compagnia di gioco meno abili.

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