Ieri la Camera dei Deputati ha votato sulla propria costituzione in giudizio davanti alla Corte costituzionale nel conflitto di attribuzione sollevato dalla Corte d’Appello di Ancona (3/2025) sul caso Vittorio Sgarbi vs Alex Marini.
In termini semplici, si tratta di stabilire se un parlamentare possa insultare liberamente un cittadino – in questo caso un consigliere provinciale – invocando l’articolo 68 della Costituzione, cioè l’insindacabilità delle opinioni, in deroga al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3. Secondo la maggioranza dei deputati, sì: davanti alla legge loro sarebbero, di fatto, più uguali degli altri.
L’aspetto politicamente più significativo è che solo il Movimento 5 Stelle ha votato contro la costituzione in giudizio della Camera in seguito alla dichiarazione di voto della deputata Enrica Alifano. La destra – garantista solo quando si tratta di tutelare se stessa – ha naturalmente votato a favore. Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra si sono invece astenuti (unico voto contrario fra le fila del PD quello della deputata trentina Sara Ferrari).
Un’astensione che pesa, perché parliamo di una vicenda che riguarda direttamente il confine tra prerogative parlamentari e responsabilità personale.
Il paradosso è evidente: gli stessi insulti che Sgarbi ha rivolto a me erano stati indirizzati anche all’allora consigliera provinciale Sara Ferrari — oggi deputata del PD. Eppure, di fronte alla possibilità di affermare un principio chiaro (l’immunità non è un lasciapassare per offendere), PD e AVS hanno scelto di non scegliere.
Durante il dibattito parlamentare, l’unica voce politicamente e costituzionalmente lineare è stata quella del M5S, che ha ricordato come la guarentigia prevista dall’articolo 68 non serva a creare una zona franca per i parlamentari, ma a tutelare la libertà dell’azione politica. Quando questa viene piegata a copertura di attacchi personali pronunciati fuori dall’Aula, l’immunità degrada a privilegio.
È esattamente ciò che sta accadendo.
Le frasi rivolte nei miei confronti e dell’allora consigliera Ferrari — “inetti”, “depensanti”, “ignoranti”, “onanisti” — non hanno alcun nesso funzionale con l’attività parlamentare. Sono parte di un repertorio mediatico aggressivo, estraneo all’esercizio del mandato, che nulla ha a che vedere con il confronto politico e tutto con l’intimidazione personale.
Non a caso, già nel 2019, quando Sgarbi reagì alle mie critiche e della consigliera Ferrari sulla sua nomina al Mart, l’intero Consiglio provinciale – maggioranza e opposizione – stigmatizzò quelle parole come offensive e incompatibili con il rispetto dovuto alle istituzioni.
Oggi, invece, il Parlamento sceglie di difenderle.
Una scelta che trova un inquietante parallelo anche a livello locale: adottando un atteggiamento pilatesco, il Presidente del Consiglio provinciale di Trento, Claudio Soini (Lista Fugatti), ha scelto di non attivare alcuna iniziativa istituzionale a tutela della funzione consiliare, nonostante la vicenda nasca proprio da un attacco a un consigliere nell’esercizio del mandato.
Si parla spesso di Costituzione.
Si parla di tutela dell’autonomia.
Si parla spesso di valori democratici.
Poi, quando arriva il momento di applicarli concretamente, una larga parte dei rappresentanti eletti preferisce rifugiarsi dietro un voto di maggioranza mentre i media rimangono in silenzio.
Ora la parola passa alla Corte costituzionale. Ed è difficile non vedere in questa vicenda un banco di prova decisivo: stabilire se l’immunità parlamentare resti una garanzia dell’istituzione o diventi definitivamente uno scudo personale per chi confonde il ruolo pubblico con il diritto all’insulto.
Qui l’intervento di Enrica Alifano (M5S) – qui la registrazione integrale della discussione:
L’immagine del voto finale:


