L’era Dalpalù al Sait va in soffitta fra peana estatici ma le ombre superano abbondantemente le luci

Anche il Trentino ha il suo Marchionne, solo in salsa cooperativa. Acquisita la fine del suo mandato in qualità di presidente del Sait, prosegue infatti senza sosta il processo di santificazione di Renato Dalpalù, secondo la vulgata ormai assurto a ruolo di salvatore della Cooperazione. È davvero così? Senza voler essere sgradevoli o inutilmente polemici noi ci permettiamo di dissentire.

Dalpalù si dipinge (e viene spesso dipinto) come una sorta di “buon medico”, chiamato nel 2010 al capezzale di un malato terminale (il Sait, ma per estensione anche la Cooperazione Trentina), da lui guarito miracolosamente in virtù di doti fuori dal comune. Non è così. Dalpalù non venne scelto dagli alieni ma da coloro che portavano una responsabilità politica decisiva rispetto ad “investimenti” come la nuova e faraonica sede del Sait e che finirono con l’affossarne i conti. Proprio dall’estrema e perniciosa vicinanza fra sistema della Cooperazione e mondo politico nacquero i problemi. Quanto alla “cura Dalpalù” a noi sembra che non abbia messo in campo chissà quali colpi di genio. La “soluzione” implementata ha un nome, si chiama “licenziamento di massa”. Nella sua magnanimità Dalpalù fa sapere che “non è stato facile per nessuno” vivere quel periodo. Ci permettiamo di obiettare che è stato sicuramente più facile per lui che per quelli che hanno perso il lavoro.

C’è poi un altro aspetto che andrebbe ricordato prima che dalla pratica di beatificazione si passi alla canonizzazione del nuovo santo. Non se ne parla tanto, ma qualche giorno fa Renato Dalpalù ha patteggiato un anno di reclusione con sospensione della pena nell’ambito dell’inchiesta per il crack della cooperativa edile Btd Primiero della quale è stato componente del Cda dal maggio 2010 al dicembre 2014, oltre ad esserne stato anche membro del comitato di controllo dal 2007 al 2014. Ci viene detto che si tratterebbe di una “scelta tecnica” e che non bisogna considerare il  patteggiamento come una ammissione di colpa. Dalpalù non è certo il primo a sostenere una simile tesi ma, come negli altri casi, si tratta di affermazioni scorrette.

Come ricorda la Corte di Cassazione infatti:”la sentenza di patteggiamento pur non potendosi tecnicamente configurare come sentenza di condanna, anche se è a questa equiparabile a determinati fini, presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza che esonera la controparte dall’onere della prova” “(Cass. n. 9358/2005)

Non è dunque corretto sorvolare sul patteggiamento di Dalpalù, derubricandolo a mero fatto tecnico. Ai fini civilistici il patteggiamento è infatti un forte indizio di colpa. Se uno si ritiene innocente lo dimostra nel processo. Si tratta di fatti che dovrebbero venir ricordati, in modo da dare un giudizio più veritiero rispetto agli anni di gestione del Sait targati Dalpalù, invece vediamo che oggi in molti si limitano ad applaudire in maniera completamente acritica. Facciano pure, ma sappiano che qualcuno che pratica la memoria ancora c’è e non è affatto disponibile ad unirsi al coro di chi grida “Santo Subito!”

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