Sulla natura della piattaforma Rousseau e sullo spirito del M5S. Replica al professor Nevola

Ho letto il testo firmato dal professor Gaspare Nevola intitolato “Rousseau non è blogdemocrazia” ed ospitato sulle pagine de L’Adige. Ne sono rimasto parecchio deluso. Col pretesto di tratteggiare un ritratto di Jean-Jacques Rousseau Nevola trova infatti il modo per dar sfogo ad una serie di opinioni personali che paiono più che altro basate sulla mera acredine politica nei confronti del M5S, attaccato e sminuito sulla base di luoghi comuni e battute da bar che di certo non mi sarei aspettato fare parte del repertorio dell’esimio professore, il quale per di più le condisce con inesattezze imperdonabili per uno studioso del suo calibro.

Tralasciando la suggestiva immagine iniziale con la quale Nevola dipinge portavoce e attivisti del M5S (li chiama “maggiorenti e militanti”…) come fossero tanti droni succubi di chissà quale chimera, Nevola definisce Rousseau “la piattaforma social che funge da Bibbia, agorà e organo di propaganda politica” per poi lasciarsi andare ad una rappresentazione dell’azione politica del M5S degna delle pagine di Libero o del Giornale se non di qualche oscuro talk show serale delle reti Mediaset. Il Problema è che appiattendosi sulla narrazione del Porro di turno Nevola dimostra di non conoscere ciò di cui parla, e questo è un peccato grave per uno studioso dal quale ci si saremmo attesi approfondimento, valutazioni ponderate e applicazione del metodo scientifico.

Rousseau è una piattaforma on-line in sviluppo ed evoluzione costanti che non permette solo ai suoi utenti di esprimere voti su questioni anche rilevantissime, ma anche e soprattutto di condividere liberamente fra loro documenti, idee e proposte. È insomma uno strumento di per sé neutrale, reso possibile dalla moderna tecnologia per migliorare, velocizzare ed efficientare processi che in epoche passate (ad esempio al tempo del filosofo Rousseau) richiedevano tempi lunghi e risultavano limitati ad una piccolissima schiera di persone che per classe e censo avevano la possibilità di potervi accedere.

La piattaforma Rousseau aiuta a rendere democratico e trasparente l’accesso ai portavoce che sono stati eletti a fornire loro consigli e molto spesso critiche anche accese. È una comunità e come tale al suo interno si collabora, si discute, a volte si litiga. Ridurla strumento di propaganda è darne una visione utilitaristica, distorta e francamente in malafede. Al limite si può dire che Rousseau permette di consultare la base del M5S in maniera molto più capillare e costante di quanto non avvenisse con i partiti tradizionali. Quelli di destra col mito dell’uomo forte, che alla loro base hanno sempre e solo chiesto plebisciti, e quelli della sinistra, che invece hanno abbandonato da tempo la consultazione degli attivisti, smantellando e lasciando morire circoli e sezioni, liberandosi così da vincoli vissuti sempre con maggior fastidio da una classe politica illusa di essere élite.

Rousseau riceve molte critiche, ed è legittimo che sia così, ad esempio si ama dipingerlo come un mezzo che permette a poche decine di migliaia di persone di prendere decisioni politiche che riguardano la vita di un numero assai maggiore di esse. Vero, la piattaforma dà in effetti la possibilità agli iscritti ad un movimento politico di deciderne spesso la linea ma a ben vedere quella che fa orrore a molti si chiama in effetti democrazia interna e attaccarla appare rivelatorio più che altro di una concezione opposta, che vorrebbe rendere le decisioni di rilievo appannaggio di una piccola e pertanto facilmente influenzabile camarilla.

Chi critica dimentica infatti come la prassi ormai invalsa negli altri partiti sia di far decidere molte meno persone di quelle che hanno diritto di parola su Rousseau. I capi corrente o il capitano di turno, debitamente influenzati da lobbisti e potenti vari dotati dei passepartout adatti a garantire ascolto ai loro interessi ben al di là della loro reale rilevanza sociale, per non parlare dell’interesse collettivo.

In conclusione, non posso che ribadire la mia delusione e il mio stupore per le argomentazioni, se così si possono chiamare, esposte da Nevola. Il suo ritratto di Jean-Jacques Rousseau vorrebbe forse celare una critica alla contemporaneità, chiusa in una stasi di idee figlia della cosiddetta fine della storia. Se questo era l’intento del professore purtroppo egli non riesce nell’obiettivo, anche perché tutto il suo discorso è costellato da prese di posizione politiche che poco c’entrano col resto del discorso, ad esempio con l’attacco finale al governo Conte, dal quale null’altro traspare se non il fastidio invero diffuso in una certa classe di ottimati, che desidererebbero tanto liberarsi dell’attuale maggioranza, facendo fuori il M5S per continuare l’andazzo che negli ultimi anni ha portato il nostro Paese ad un passo dal precipizio, dando però a costoro glorie e onori in cambio della loro connivenza.

2020731_Ladige

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