Oltre i confini regionali: una commissione intercomunale per il lago d’Idro

La conclusione dell’iter della petizione sul lago d’Idro in Consiglio provinciale di Trento non può e non deve essere archiviata come un punto di arrivo. Al contrario, rappresenta un punto di partenza per ripensare le forme della governance locale di un ecosistema complesso, interregionale e fragile, che non può più essere gestito attraverso decisioni frammentate, autoreferenziali o affidate esclusivamente alle figure monocratiche dei sindaci.

Il Testo unico degli enti locali (TUEL) e il Codice degli enti locali del Trentino-Alto Adige offrono strumenti chiari per promuovere forme di cooperazione intercomunale, proprio quando le problematiche superano i confini amministrativi dei singoli Comuni. Il lago d’Idro e il fiume Chiese sono l’esempio plastico di un corpo idrico unitario che attraversa territori, comunità e identità locali diverse ma profondamente interconnesse: Valle del Chiese e Valle Sabbia condividono una storia, una geografia e una vocazione che meritano di essere valorizzate in una logica di area vasta.

L’esperienza maturata in questi anni dimostra che un approccio fondato esclusivamente sul ruolo dei sindaci – pur con alcune eccezioni – non è stato sufficiente. La gestione politica si è rivelata troppo spesso superficiale ed opaca, poco permeabile al pluralismo delle idee e incapace di cogliere la complessità della pianificazione territoriale e ambientale. Il tavolo previsto dal protocollo d’intesa con i sindaci dei Comuni lacustri ha progressivamente mostrato i suoi limiti, risultando superato sia dal lavoro sul campo delle associazioni riunite nella Federazione del Chiese sia dall’approfondimento svolto dalla Terza Commissione permanente del Consiglio provinciale di Trento.

Da qui nasce la proposta di costituire una Commissione consiliare intercomunale per il lago d’Idro, che faccia riferimento non agli esecutivi, ma ai Consigli comunali nella loro pluralità. Un organismo stabile, strutturato e trasparente, capace di andare oltre l’interesse del singolo Comune e di superare i confini – spesso vissuti come feudi – della Regione Lombardia e della Provincia autonoma di Trento.

La Commissione dovrebbe fondarsi su alcuni principi chiave: parità democratica, con la presenza di consiglieri di maggioranza e di minoranza per ciascun Comune aderente; compensazione dei vuoti democratici, prevedendo – laddove non esistano minoranze consiliari – il coinvolgimento di cittadini designati dalle associazioni ambientaliste attive sul territorio; partecipazione strutturata della società civile, riconoscendo il ruolo delle realtà associative che già operano secondo una logica transregionale e di bacino idrografico; visione di area vasta, orientata non allo sfruttamento predatorio delle risorse, ma alla salvaguardia ambientale, alla pianificazione territoriale e allo sviluppo socio-economico sostenibile.

Difendere il lago d’Idro non significa solo opporsi a singole opere o decisioni sbagliate ma agire sul piano transdisciplinare e intersettoriale. Significa costruire politiche pubbliche all’altezza della complessità del territorio, gettando le basi per strumenti più ambiziosi e necessari: un vero Contratto di fiume interregionale, un osservatorio permanente sul corpo idrico e un piano di sviluppo locale di area vasta, capaci di integrare conoscenze, competenze e responsabilità istituzionali.

Se davvero vogliamo che quanto avvenuto a Trento non resti un’eccezione, ma diventi metodo, è dai territori, dall’associazionismo e dai loro organi rappresentativi che occorre ripartire.

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