Criminalità organizzata in Trentino: quando l’emergenza è la mancata prevenzione

Negli ultimi giorni i giornali locali hanno rilanciato i dati della relazione che ha accompagnato l’inaugurazione dell’anno giudiziario: aumento dei procedimenti per violenza di genere, crescita degli infortuni sul lavoro, incremento delle segnalazioni antiriciclaggio, decine di fascicoli per criminalità organizzata e terrorismo, oltre 150 imprese infiltrate dalle mafie in vent’anni solo in Trentino. Numeri pesanti, che ormai tornano con regolarità rituale.

A questo si aggiunge la notizia della Cassazione che ha reso definitive le condanne nel filone principale del processo Perfido: una sentenza storica che certifica in modo inequivocabile la presenza strutturata della ’ndrangheta nel nostro territorio.

Ogni anno assistiamo allo stesso copione sensazionalistico che non fa altro che aumentare la sfiducia verso le istituzioni: relazioni, statistiche, allarmi. Ma quasi mai si lavora sul punto decisivo: la prevenzione.

Si continua a intervenire quando il danno è già avvenuto, mentre il malaffare opera molto prima, creando un ambiente favorevole: influenzando regole, procedure e provvedimenti per poter poi agire tranquillamente “a norma di legge”. È così che funziona oggi la criminalità organizzata: non solo con la violenza o l’intimidazione, ma attraverso la corruzione, le relazioni opache e la cattiva qualità delle decisioni pubbliche.

Un riconoscimento va fatto, senza ambiguità, al lavoro portato avanti per decenni dal Coordinamento Lavoro Porfido e dal segretario comunale Marco Galvagni. Senza la loro perseveranza, senza il coraggio di segnalare e denunciare situazioni gravissime, spesso mettendo a rischio la propria incolumità e quella delle loro famiglie, oggi probabilmente non staremmo nemmeno parlando di processo Perfido. È bene dirlo chiaramente: se qualcosa si è mosso, lo si deve prima di tutto a chi ha scelto di esporsi quando le istituzioni preferivano voltarsi dall’altra parte.

Nella scorsa legislatura avevo presentato una proposta di legge per istituire un Osservatorio sulla criminalità organizzata in Trentino-Alto Adige. Non fu nemmeno discussa: Lega, SVP, Patt e compagnia cantante imposero ed ottennero il silenzio, archiviando il tema con una leggerezza che oggi appare ancora più grave alla luce dei dati giudiziari. La proposta di legge regionale è comunque stata ripresa e ripresentata nella presente consiliatura dal Team K, a dimostrazione che il tema resta aperto nonostante i ripetuti tentativi di insabbiamento.

Nelle settimane scorse, con Più Democrazia in Trentino, abbiamo presentato osservazioni al Piano triennale di prevenzione della corruzione della Provincia, proponendo di rafforzare partecipazione, trasparenza, valutazione delle politiche pubbliche e strumenti digitali come leve concrete di riduzione del rischio. Perché la corruzione è uno degli utensili di lavoro preferiti della criminalità organizzata — e basta guardare ai rapporti emersi negli anni tra alcuni condannati nel processo Perfido e amministratori locali per capire come funzionano davvero le cose.

Chi prova a rompere questo schema spesso resta solo. Nel mio caso, l’unico risultato tangibile di anni di denunce è stato il furto del laptop con cinque anni di lavoro politico e istituzionale, avvenuto sotto le telecamere del Palazzo della Regione, e un’indagine archiviata senza che fossero acquisite tutte le immagini disponibili. Quando si dice tempismo.

Il punto però non è personale. Il punto è che finché la prevenzione resta un capitolo formale nei piani amministrativi, e non una strategia reale di governo, continueremo a leggere relazioni sempre più allarmanti e a chiamarle “emergenze”.

Ma non sono emergenze: sono il prodotto prevedibile di scelte politiche che ignorano sistematicamente la qualità delle regole, il controllo civico e la trasparenza sostanziale.

Ed è lì che bisognerebbe intervenire. Prima, non dopo.

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