Perfido: i cavalieri, le istituzioni e le verità che restano sospese

di Alex Marini, Walter Ferrari e Walter Nicoletti
pubblicato su Questo Trentino – aprile 2026

Sappiamo che affrontare certi argomenti può dare fastidio. Soprattutto quando coinvolgono i vertici delle istituzioni pubbliche, come è avvenuto con l’inchiesta Perfido, che ha portato alla luce la presenza della ’ndrangheta nel settore del porfido e, più in generale, in Trentino. Le ritorsioni esistono, e non sono necessariamente violente: possono manifestarsi sotto forma di isolamento, delegittimazione, silenzi. Eppure, è proprio in questi casi che diventa necessario insistere, porre domande, ricostruire i fatti.

La vicenda di Giulio Carini si inserisce pienamente in questo contesto. Nel 2018 gli veniva conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, sulla base di un’istruttoria che avrebbe dovuto verificarne i requisiti di “benemerenza” e “incensuratezza”.

Pochi anni dopo, il suo nome emergeva nell’ambito dell’inchiesta Perfido, come figura di raccordo tra ambienti economici, istituzionali e quella che allora era ritenuta una presunta locale di ’ndrangheta attiva in Trentino. Oggi, nel 2026, quelle che nel 2020 e negli anni seguenti venivano spesso minimizzate come semplici ipotesi hanno trovato conferma sul piano giudiziario: con più sentenze passate in giudicato, la magistratura ha accertato l’esistenza e l’operatività di un’organizzazione ’ndranghetista sul territorio provinciale.

Va tuttavia precisato che il procedimento penale a carico di Carini è stato archiviato. La difesa, rappresentata dall’avvocato Andrea De Bertolini, ha agito nel pieno rispetto delle regole, utilizzando gli strumenti previsti dall’ordinamento. La strategia difensiva ha avuto esito positivo: il procedimento è stato chiuso per incapacità irreversibile dell’imputato a partecipare al processo. Dal punto di vista dell’uso delle garanzie a tutela dell’imputato da parte del legale rappresentante, nulla da eccepire. Tuttavia, come evidenziato anche da Questo Trentino (settembre 2024, Perfido: arrivato ai pesci grossi, il Tribunale si ferma?), Procura e Tribunale avrebbero potuto — e forse dovuto — disporre un accertamento medico terzo, invece di basarsi sulla perizia prodotta dalla difesa. Quest’ultima riguardava infatti la capacità di amministrare i propri beni, non quella — diversa — di partecipare a un processo, come chiarito anche dalla Cassazione.

Ma il punto, inevitabilmente, è un altro.

Al netto di un eventuale accertamento di responsabilità, ciò che non è mai avvenuto è stato il processo stesso. E con esso è venuta meno la possibilità di fare piena luce su una rete di relazioni che, secondo gli atti investigativi, coinvolgeva rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della magistratura e del mondo economico. Un dibattimento pubblico avrebbe potuto chiarire dinamiche, responsabilità, livelli di consapevolezza. Avrebbe potuto, soprattutto, mettere in discussione quell’area grigia in cui si intrecciano potere, relazioni e interessi.

Questo non è accaduto.

E così, mentre il procedimento si è chiuso senza una valutazione nel merito, resta un dato difficilmente ignorabile: Giulio Carini continua a essere Cavaliere della Repubblica. Un titolo che rimane formalmente intatto, almeno fino a quando non intervenga un’eventuale revoca, prevista nei casi in cui il comportamento dell’insignito risulti incompatibile con l’onore e la dignità della distinzione ricevuta.

Su questo punto si è concentrata anche l’interrogazione parlamentare presentata il 10 giugno 2025 dalla deputata Stefania Ascari, che ha sollevato interrogativi precisi sull’istruttoria che portò al conferimento dell’onorificenza e sull’opportunità di una sua revisione alla luce degli elementi emersi successivamente. A tali interrogativi, tuttavia, non è stata data una risposta sostanziale. Una reticenza che lascia aperto un nodo evidente: come si concilia il conferimento di un’onorificenza così rilevante con il contestuale coinvolgimento, da protagonista, in un’indagine per associazione mafiosa?

Il 10 marzo scorso, nel corso di un incontro tra i sottoscritti, Vigilio Valentini e Alessandro Fontanari del Coordinamento Lavoro Porfido, la Commissaria del Governo di Trento Isabella Fusiello e il viceprefetto vicario Massimo Di Donato, queste stesse questioni sono state poste direttamente ai rappresentanti dello Stato. Non sono arrivate risposte. È stato rivendicato, con una certa enfasi, il lavoro svolto nel rispondere alle interrogazioni ministeriali, ma senza fornire chiarimenti puntuali. Più che altro, si è percepito un certo imbarazzo.

Il conferimento del cavalierato a Carini richiama alla mente pagine ben più note della storia italiana. Quelle raccontate dal giornalista Pippo Fava quando, nei primi anni Ottanta, descriveva i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” di Catania: imprenditori potenti, al centro di relazioni opache tra economia, politica e criminalità organizzata. Figure mai definitivamente condannate, ma attorno alle quali ruotavano interrogativi enormi. Interrogativi che costarono la vita allo stesso Fava e al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Cambiano i contesti, cambiano i territori, ma alcuni meccanismi sembrano riproporsi. Non si tratta di sovrapporre storie diverse, ma di riconoscere una continuità: quella di un sistema in cui le relazioni contano più delle responsabilità accertate e in cui il prestigio pubblico può convivere, per un lungo lasso di tempo, con ombre mai pienamente dissipate.

In questo quadro, la questione non è solo giudiziaria. È politica e culturale. Riguarda la capacità delle istituzioni di interrogarsi su se stesse, di fare chiarezza anche quando non è obbligata a farlo, di tutelare non solo la legalità formale ma anche la credibilità sostanziale.

Perché, alla fine, più delle assoluzioni o delle archiviazioni, resta ciò che non è stato chiarito. E in una democrazia matura, le zone d’ombra non dovrebbero essere tollerate come un prezzo inevitabile, ma affrontate come una responsabilità collettiva.

Alex Marini (ex consigliere provinciale)
Walter Ferrari (CLP)
Walter Nicoletti (Acli trentine) 

One Reply to “”

Lascia un commento