Nei giorni scorsi, successivamente alla visita istituzionale della Terza Commissione del Consiglio provinciale di Trento al lago d’Idro, ho ritenuto importante fare il punto della situazione sotto il profilo giuridico e civile. L’obiettivo è fornire un ulteriore contributo che possa essere utile alla discussione conclusiva che la Commissione sarà chiamata a svolgere nelle prossime settimane, al termine del lungo iter di trattazione della petizione lanciata dall’associazione Amici della Terra Lago d’Idro e Valle Sabbia nel settembre del 2024 (4/XVII – Gestione dell’acqua del lago d’Idro).
Con la lettera che segue, pubblicata su “Il T Quotidiano” domenica 5 ottobre, voglio stimolare riflessione e dibattito tra chi ha a cuore il futuro del lago e del fiume Chiese.

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Il progetto per la costruzione delle nuove opere di presa sul lago d’Idro, mascherato da “messa in sicurezza”, è l’ennesima dimostrazione di quanto le istituzioni sappiano piegare le norme agli interessi di un’agricoltura intensiva idrovora, del tutto incompatibile con i tempi che viviamo.
Parliamo di un’infrastruttura che non solo risponde ai desiderata di un sistema agricolo arcaico e dissipatore, ma che rappresenta un’anomalia giuridica e civile. Ha infatti superato tutte le fasi autorizzative non grazie a una valutazione ambientale trasparente e partecipata, ma attraverso artifici normativi – commi bis, ter, quater – che consentono proroghe infinite dei provvedimenti di VIA. A questo si aggiunge la complicità della maggioranza dei politici e degli amministratori locali, trentini e bresciani, che non hanno sollevato obiezioni né garantito informazione e partecipazione ai cittadini. Con la loro inerzia hanno abdicato al ruolo di difensori del territorio, impedendo di fatto alla società civile di esercitare un controllo democratico.
Eppure, la Costituzione parla chiaro: l’articolo 9 tutela paesaggio e ambiente come principi fondamentali della Repubblica; l’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, né arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Questo progetto calpesta entrambi, subordinando l’interesse generale all’appetito di un modello agricolo superato, che consuma acqua come se fosse infinita e scarica i costi ambientali sulla collettività.
Non è solo una questione giuridica. È un salto all’indietro rispetto all’evoluzione civile che riconosce l’interdipendenza tra individuo, società e natura, e che trova espressione nell’approccio “One Health” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi è un tutt’uno, da difendere con politiche integrate e lungimiranti.
Il lago d’Idro, periferico tanto per il Trentino quanto per il Bresciano, con comunità piccole e demograficamente deboli, diventa così la preda ideale da sacrificare alle lobby agricole e costruttive. Ma ciò che oggi si consuma ai margini rischia di diventare un precedente pericoloso per ogni territorio.
La Federazione delle associazioni che amano il fiume Chiese e il suo lago d’Idro lavora per scongiurare questo scenario distopico. Non esiste sicurezza idraulica né progresso economico che possano giustificare il deterioramento irreversibile di un ecosistema. La vera messa in sicurezza è quella che riduce sprechi, investe in sistemi irrigui efficienti, adotta il principio di precauzione nella gestione idraulica anziché quello dello sfruttamento, rispetta le direttive europee su acqua ed aree protette e guarda al futuro con responsabilità.
Se la politica volesse davvero salvaguardare la convivenza civile e l’ambiente che ci sostiene, dovrebbe fermare progetti anacronistici come questo e riaffermare che Costituzione, diritto europeo e buon senso ecologico non sono optional, ma i pilastri della nostra democrazia.
Alex Marini – socio di Amici della Terra Lago d’Idro e Vallesabbia


