La vicenda che ha coinvolto l’arcivescovo Lauro Tisi e i consiglieri Claudio Cia, Walter Kaswalder e Luca Guglielmi non è una semplice polemica sull’accoglienza. È, piuttosto, un caso di studio quasi perfetto per leggere le trasformazioni del cattolicesimo politico in un territorio come il Trentino: storicamente “bianco”, autonomista, e oggi attraversato da nuove fratture tra valori, identità e consenso.
Un conflitto che va oltre le parole
Tutto si accende il 25 marzo 2026, quando Tisi definisce i migranti “la nostra salvezza” e i CPR “una tragedia”. Parole forti, coerenti con il magistero della Chiesa cattolica, che collocano la fede dentro una visione sociale e politica.
La risposta dei consiglieri arriva il giorno dopo ed è, fin da subito, rivelatrice: non si entra nel merito teologico, ma si costruisce una contrapposizione netta tra morale e governo.
“Predicare non è governare” diventa la linea di confine. Da una parte il pulpito, dall’altra il palazzo. Da una parte l’etica, dall’altra la “realtà”.
È qui che il dibattito si trasforma: da questione complessa a scontro identitario.
La frattura del cattolicesimo: valore contro appartenenza
Per leggere questa dinamica, le categorie di Ilvo Diamanti restano particolarmente efficaci.
In Trentino – forse più che altrove – il mondo cattolico si presenta oggi diviso tra cattolici del valore, impegnati nel sociale e nell’accoglienza; cattolici della tradizione, legati al territorio e alla comunità; e cattolici dell’appartenenza, per i quali la religione diventa marcatore identitario e politico.
Lo scontro attorno al vescovo della val Rendena si inserisce esattamente qui.
I consiglieri non attaccano la religione, ma una sua interpretazione. Si propongono, implicitamente, come difensori di una comunità percepita come minacciata da un’etica universalista. Tutto ciò che è diverso fa paura, e la paura resta una leva di straordinaria efficacia nel contesto elettorale.
È il passaggio chiave: la fede smette di essere solo un riferimento morale e diventa uno strumento di delimitazione del “noi”.
I numeri contano (ancora)
I dati elaborati da SWG e sintetizzati recentemente da Rado Fonda aiutano a capire perché questo scontro sia tutt’altro che simbolico.
I cattolici praticanti sono oggi circa il 20% dell’elettorato (erano il 33% nel 2006). In valori assoluti: da 16,5 a 10 milioni in vent’anni. In proporzione, in Trentino si tratta di almeno 100.000 persone.
Sono pochi, ma votano molto più della media.
E soprattutto orientano il consenso. Le statistiche nazionali ci dicono che Fratelli d’Italia raccoglie il 31,6% tra i praticanti, il PD il 20,3% e il M5S il 12,5%.
Il dato politicamente più rilevante è un altro: il centro-sinistra ha perso circa il 60% dei voti dei praticanti dal 2006, mentre la destra, anche attraverso partisti localistici e liste civiche, ha contenuto le perdite, intercettando la componente più identitaria.
In un contesto di forte astensione, questo segmento – pur ridotto – diventa decisivo.
Due strategie, un unico obiettivo: il consenso
Se si guarda al contesto trentino, emerge una dinamica ancora più interessante.
Da un lato, la Giunta guidata da Maurizio Fugatti opera attraverso una politica materiale, capillare e silenziosa: i finanziamenti alle realtà locali, spesso legate alle parrocchie, tramite la legge regionale 40/1968 per l’esecuzione di programmi annuali di opere pubbliche (es. delibera 2088/2025). Restauri, adeguamenti, interventi puntuali rappresentano azioni “discrete”, ma capaci di costruire un legame diretto e concreto con le comunità.
Un legame che non è solo amministrativo: è anche simbolico e relazionale, e che la stessa struttura ecclesiale locale non ostacola, consentendo in più occasioni una sovrapposizione tra spazio religioso e presenza politica.
Dall’altro lato, i consiglieri utilizzano una politica simbolica e conflittuale: la polemica pubblica, l’attacco al Vescovo, la polarizzazione.
Due livelli diversi ma complementari per intercettare i voti dei cattolici della tradizione e dell’appartenenza. La politica del fare consolida il consenso nei territori; la politica del dire mobilita identità e paure.
Il risultato è una strategia estremamente efficace, soprattutto nelle valli dove il consenso per la destra raggiunge livelli molto elevati.
La paura e la semplificazione
Il tema migratorio diventa così il perfetto catalizzatore.
Come suggerisce Diamanti, siamo dentro una “sindrome del perimetro”: in una società che invecchia e si percepisce fragile, il migrante diventa il simbolo della rottura di un equilibrio.
La complessità viene ridotta a uno schema binario: legalità contro sentimentalismo, sicurezza contro accoglienza, noi contro loro.
È una semplificazione potente, perché emotivamente efficace.
Il punto che manca: la complessità
In questo clima polarizzato, in cui il dissenso verso un modello di gestione del potere tende a essere etichettato e marginalizzato dalle élite, diventa sempre più difficile seguire tentativi più profondi di elaborazione culturale.
È il caso della riflessione proposta dal direttore del giornale delle categorie economiche trentine, che prova a spostare il piano del discorso. Il migrante – scrive Simone Casalini – non è solo una “questione sociale” o di sicurezza, ma una figura che mette in crisi il nostro modo di pensare la storia, l’identità e la modernità: “Il migrante invita a spostare più in là il confine… e a rivedere non solo la nostra vita, ma anche il nostro pensiero.”
Una lettura che coglie elementi reali, ma che rischia di restare confinata in un livello interpretativo alto, difficilmente traducibile nel contesto concreto in cui il dibattito pubblico viene costruito e semplificato.
In questa chiave, le parole di Tisi non sono una sfida alla politica, ma una sfida interna al mondo cristiano stesso. Ed è forse questo il punto più scomodo: la frattura non è tra Chiesa e politica, ma dentro una comunità dei credenti numericamente sempre più ridotta e culturalmente divisa.
Dove finisce l’etica e inizia il consenso
La natura della risposta politica lo conferma: non c’è un vero dialogo sul piano etico o culturale.
C’è, piuttosto, una operazione comunicativa: rassicurare l’elettore (“non sei moralmente sbagliato”), spostare il dibattito (dalla gestione dei CPR al conflitto con il Vescovo), consolidare un blocco sociale che vota.
In questo senso, quello che Diamanti definirebbe il voto d’appartenenza residuo dei cattolici è oggi oggetto di una contesa esplicita.
Da una parte una Chiesa che richiama a valori universali ma che, nei fatti, nella declinazione materiale della Curia convive con pratiche e relazioni di potere che ne attenuano la portata critica. Dall’altra una politica che utilizza quei simboli per blindare il consenso locale.
Il rischio, però, è evidente: quando la religione diventa solo identità, perde la sua capacità di mettere in discussione il potere e finisce, troppo spesso, per accarezzarlo.
E quando la politica smette di confrontarsi con la complessità, trasforma ogni conflitto in uno strumento elettorale.

