Negli ultimi anni, il dibattito politico italiano – e in particolare quello trentino – ha offerto un interessante laboratorio per osservare dinamiche di tipo sociologico, prima ancora che politico.
Quella che segue non è un’analisi sistematica, ma uno spunto interpretativo che nasce da oltre dieci anni di esperienza personale all’interno del Movimento 5 Stelle in Trentino: prima come assistente parlamentare, poi come portavoce in Consiglio provinciale, infine come attivista.
Nel corso dei cinque anni in Consiglio provinciale (2018–2023) ho svolto intensamente l’attività istituzionale, concentrandomi sulle funzioni per cui ero stato eletto: iniziativa legislativa, indirizzo politico e sindacato ispettivo. Ho sempre agito sulla base di un impulso ideale e di un dovere morale che, nella Costituzione, trova espressione nei concetti di dignità e onore.
Nel rapporto con i mezzi di comunicazione – tv, giornali, testate online – ho cercato di far emergere il senso politico del lavoro svolto, nella consapevolezza che solo una parte minima delle attività avrebbe trovato spazio. Spesso, peraltro, venivano privilegiate le questioni meno rilevanti, mentre il “framing” riservato al M5S risultava tutt’altro che neutrale, essendo frequentemente subordinato ad altri interessi o equilibri politici.
Preso dall’attività istituzionale, non ho mai avuto il tempo di analizzare in modo sistematico il funzionamento del sistema mediatico. Tuttavia, era evidente – anche solo a livello percettivo – che esistessero meccanismi ricorrenti nella selezione e rappresentazione delle iniziative del Movimento.
L’interesse, in realtà, va oltre il M5S: riguarda il trattamento riservato a qualsiasi forza o istanza civica che provi davvero a cambiare le regole del gioco, senza limitarsi a un’opposizione di facciata, cioè che non si renda disponibile ai desiderata dei soggetti che, formalmente o informalmente, detengono il potere sul territorio.
In questo quadro, la specificità del contesto trentino assume un rilievo particolare.
La storia dell’autonomia ha costruito un sistema politico-istituzionale in parte più protetto rispetto alle dinamiche nazionali, capace in alcuni momenti di produrre innovazioni e buone pratiche amministrative. Allo stesso tempo, però, questa relativa chiusura ha anche favorito la sedimentazione di equilibri di potere più stabili e meno contendibili, in cui le élite locali – politiche, economiche e mediatiche – hanno potuto esercitare una maggiore capacità di controllo.
In un contesto di questo tipo, le dinamiche di selezione del dissenso risultano più evidenti: l’etichettamento del soggetto “deviante”, il framing distorsivo delle sue posizioni e, nei casi più significativi, la sua invisibilizzazione istituzionale attraverso l’omissione delle istanze alternative.
È proprio questa combinazione – autonomia, stabilità degli equilibri e densità relazionale tra i centri di potere – a rendere più leggibile uno schema che, pur essendo presente anche a livello nazionale, in Trentino emerge con maggiore chiarezza.
Negli ultimi mesi, anche grazie a delle letture sulla devianza e sull’inclusione, ho iniziato a rielaborare queste esperienze alla luce della teoria dell’etichettamento.
L’ipotesi è semplice: il M5S è stato oggetto di una sistematica azione di etichettamento che ne ha favorito il passaggio da soggetto “deviantemente innovatore” a soggetto marginalizzato nel sistema politico.
1. Devianza e potere: una chiave di lettura
In sociologia, la devianza non è una qualità intrinseca di un comportamento, ma il risultato dell’applicazione di norme e sanzioni da parte di gruppi che detengono il potere.
In questa prospettiva si inseriscono gli studi di Howard Becker, secondo cui i gruppi sociali creano la devianza stabilendo regole e applicandole a particolari individui, etichettandoli come outsider. Allo stesso modo, Edwin Lemert ha distinto tra devianza primaria e secondaria, mostrando come sia proprio la reazione sociale a contribuire a produrre l’identità deviante.
Più in generale, il tema si collega anche alle riflessioni di Robert K. Merton sull’anomia, intesa come frattura tra obiettivi socialmente prescritti e mezzi effettivamente disponibili per raggiungerli.
Sono le élite, dunque, a stabilire cosa è “normale” e cosa è “deviante”. Chi si discosta – soprattutto se mette in discussione assetti consolidati – viene facilmente classificato come outsider.
Il M5S, fin dalla sua nascita, ha rappresentato una rottura: rifiuto dei privilegi ingiustificati, centralità della trasparenza, partecipazione dei cittadini alle scelte politiche, critica alle intermediazioni tradizionali. Non solo critica, ma dimostrazione – almeno potenziale – che un modello alternativo fosse possibile.
Ed è proprio questo il punto più problematico per le élite: non basta sconfiggere politicamente un’esperienza del genere, bisogna impedirne la replicabilità. Va quindi rappresentata come disfunzionale, fallimentare, pericolosa.
2. Devianza primaria e secondaria in politica
Applicando la distinzione sociologica tra tipi di devianza abbiamo:
– Devianza primaria: la trasgressione iniziale delle norme. Nel caso del M5S, la rottura delle prassi consolidate della rappresentanza.
– Devianza secondaria: la reazione sociale alla trasgressione, che produce stigmatizzazione e isolamento.
Nel contesto trentino, la risposta delle élite non si è limitata al confronto politico, ma ha spesso assunto i tratti della stigmatizzazione.
Un trattamento che difficilmente si riscontra nei confronti delle forze politiche che non discutono regole del gioco, per le quali valgono invece logiche di indulgenza, compensazione e garantismo.
L’obiettivo implicito è spingere l’outsider ai margini della legittimità politica, anche attraverso strumenti di persuasione che influenzano l’agenda pubblica e producono un’informazione non sempre in grado di garantire un confronto su basi paritarie.
3. Le critiche delle élite provinciali: alcuni casi simbolici
Quella che segue non è una ricognizione sistematica, ma una selezione di episodi che, per forza simbolica, aiutano a comprendere il fenomeno nel corso del periodo che ha coinciso con il mio attivismo civico (2012-2026).
Pierangelo Giovanetti. Ha rappresentato una delle voci più dure nel panorama mediatico locale dall’arrivo del M5S in Trentino fino al 2019, anno in cui è terminato il suo incarico come direttore de L’Adige. Il linguaggio utilizzato richiamava spesso la criminalizzazione: avvalorando la tesi secondo cui il M5S era un “incubo per la democrazia”, i suoi esponenti assimilati a un “branco”, fino a evocazioni di regimi totalitari. Non era semplice critica: era costruzione di una pericolosità morale che ha lasciato il segno sulla linea editoriale.
Paolo Pombeni. Editorialista per L’Adige a cavallo delle direzioni di Giovanetti, Faustini e Depentori. La sua narrazione di delegittimazione passa attraverso la svalutazione intellettuale. Il Movimento viene descritto come incoerente, opportunistico, privo di spinta ideale. La leadership di Conte è ridotta a un “pastrocchio”. Un’etichettatura che mira a negare dignità politica.
Maurizio Fugatti. La critica del presidente della Provincia di Trento si concentra sui principi fondativi. In un suo recente intervento pronunciato in Consiglio regionale per sostenere l’introduzione dell’automatismo di rivalutazione delle indennità annuali dei consiglieri, lo slogan “uno vale uno” è ridicolizzato come ingenuo e superato, contrapponendo una visione elitaria basata sulla competenza e la professionalizzazione della rappresentanza politica per garantire la tenuta del sistema attuale. Si riafferma così una gerarchia implicita tra chi governa e chi è governato.
Francesco Valduga. Nel caso del leader delle minoranze in Consiglio provinciale, durante una discussione su una mozione per favorire l’educazione civica e la partecipazione civica a livello locale, la delegittimazione colpisce direttamente la partecipazione. Il principio “uno vale uno” diventa “uno vale l’altro”, e la metafora dell’“ospedale a cinque stelle” trasforma la democrazia partecipativa in un rischio. Il messaggio è chiaro: non tutti sono legittimati a decidere.
La controprova: quando l’etichettamento diventa sistema
Un elemento particolarmente significativo è che questo schema non riguarda solo i media storici tradizionali, ma si estende anche a realtà che si presentano come innovative.
Simone Casalini. Nel collegare il “grillismo” alla degenerazione dei talk show, il direttore de Il T costruisce un nesso causale discutibile, trasformando il M5S nel simbolo del degrado del dibattito pubblico. Un’inversione tra causa ed effetto che sposta la responsabilità dalle élite al soggetto critico.
Paolo Morando. Nel caso del saggista e giornalista de Il T, l’etichettamento si allarga, a chiunque critichi il sistema. Il M5S, insieme al giornalismo d’inchiesta, viene ricondotto a un indistinto populismo “deviante”. Termini come “dietrologia” diventano strumenti per neutralizzare il contenuto delle denunce, riducendole a caricature.
Nel complesso emerge una logica trasversale: etichettare l’outsider per proteggere gli assetti consolidati.
4. Dalla stigmatizzazione all’anomia, all’astensionismo e alla polarizzazione
Dai casi sopra descritti emerge un quadro chiaro difficile da smentire. Quando il dissenso viene etichettato anziché compreso, si produce una frattura tra: le mete dichiarate (democrazia, partecipazione) e le pratiche percepite.
Questa frattura è ciò che la sociologia, a partire da Robert K. Merton, definisce anomia: perdita di fiducia, disorientamento, crisi della legittimità. Una condizione in cui le norme sociali perdono di credibilità perché non trovano riscontro nella realtà vissuta.
Il risultato non è stabilità del sistema, ma disgregazione: isolamento delle forze innovative, disaffezione dei cittadini e calo della partecipazione.
L’astensionismo, in questo contesto, non è apatia ma risposta razionale a un sistema percepito come chiuso.
Si accompagna inoltre a nuove forme di polarizzazione: territoriale (centri urbani vs aree periferiche) e sociale (chi è integrato nel sistema – o ambisce a farne parte – vs chi ne è escluso)
Riflessione conclusiva su come si marginalizza un’alternativa politica
La gestione del dissenso è uno dei principali indicatori della qualità di una democrazia.
Quando il conflitto politico viene trasformato in stigmatizzazione sociale, non si sta semplicemente delegittimando un avversario: si sta restringendo lo spazio democratico. Si sta dicendo, implicitamente, che alcune posizioni non devono essere contrastate, ma neutralizzate.
È esattamente qui che il meccanismo dell’etichettamento mostra la sua funzione più profonda: non tanto convincere, quanto escludere preventivamente dal campo della legittimità.
Il problema è che questo tipo di dinamica produce effetti opposti a quelli dichiarati. Non rafforza il sistema, ma lo indebolisce. Non aumenta la fiducia, ma la erode. Non stabilizza, ma polarizza.
E soprattutto: non elimina la devianza. La radicalizza, la disperde o la spinge fuori dalle istituzioni.
Se una parte crescente della società smette di partecipare, non è (o non solo) perché è “disinformata” o “immatura”, ma perché percepisce che il gioco è truccato, o quantomeno chiuso.
In questo senso, l’astensionismo non è un incidente, ma un sintomo.
E finché non si avrà il coraggio di riconoscere che il problema non è l’esistenza del dissenso, ma il modo in cui viene gestito, ogni tentativo di rafforzare la democrazia rischierà di rimanere puramente retorico, se non ipocrita.


Quando il sistema si protegge con muri di gomma, crea i presupposti anche per scorciatoie violente, che a loro volta sono usate dal potere dominante per stigmatizzare il metodo obliterando le cause delle pulsioni violente. Un circolo vizioso che a lungo termine può portare alle rivolte di piazza (rivoluzioni?).
Caro Lorenzo, una rivoluzione sarebbe auspicabile ma in primis dobbiamo valutare se vi è la reale possibilità di cambiare la nostra società e la nostra vita sociale.
Aggiungerei anche il nostro sistema iper capitalistico e la cultura occidentale dominante.
Stiamo aggrappati alla rivoluzione della speranza come inteso dall’ umanista e psicologo E.Fromm
Tutto azzeccato e calza perfettamente. Poi se vogliamo aggiungere che le altre “devianze” criminali non hanno subito pari stigmatizzazioni il quadro trentino è completo.