Quando venti proposte diventano una sola: come L’Adige racconta il M5S

Nova, Ucraina e “sceneggiate”: tre giorni di articoli mostrano quanto la selezione delle notizie possa incidere sulla rappresentazione di una forza politica

Delegazione trentina a Nova – Milano, 20 settembre 2026

Nei giorni scorsi il Movimento 5 Stelle ha concluso Nova, un percorso partecipativo partito dai territori e arrivato alla definizione di una proposta articolata in venti punti. È un documento che parla di sanità, lavoro, pensioni, disabilità, fisco, imprese, legalità, energia, casa, scuola, ambiente, informazione, criminalità organizzata, immigrazione, partecipazione democratica, diritti e politica internazionale. Il documento finale, ad esempio, propone più finanziamenti e personale per il Servizio sanitario nazionale e un salario minimo legale; dedica inoltre capitoli specifici a PMI, pubblica amministrazione, casa e scuola.

C’è persino un capitolo dedicato all’informazione, nel quale si propone maggiore trasparenza degli assetti proprietari, l’eliminazione dei conflitti di interesse tra politica, imprese e informazione e una maggiore tutela dell’autonomia dei giornalisti.

Naturalmente c’è anche la politica estera. Il documento dice no al piano Rearm EU e all’aumento della spesa per la difesa al 5% del Pil, propone una difesa comune europea e, sull’Ucraina, sostiene una svolta negoziale pur richiamando esplicitamente la tutela delle ragioni del Paese aggredito.

Eppure, leggendo L’Adige, di questo articolato processo politico al lettore arriva soprattutto una cosa: le armi.

Non è necessario sostenere che la questione sia irrilevante. Al contrario: la politica estera è importante e la posizione del M5S merita di essere discussa e criticata. La domanda è un’altra: perché venti punti diventano mediaticamente uno solo?

È qui che entra in gioco il framing.

Primo passaggio: selezionare

Il 21 settembre L’Adige dedica un breve articolo a Nova titolando: «M5S, il 91,7% contro l’invio di armi».

Il dato è vero. Ma è solo uno dei risultati del processo partecipativo. Nel documento conclusivo ci sono proposte molto concrete che riguardano direttamente anche il dibattito trentino: sanità pubblica, liste d’attesa, lavoro, piccole imprese, casa, scuola, consumo di suolo, energia, partecipazione.

Non raccontarle significa necessariamente operare una selezione.

Ogni giornale seleziona: è la natura stessa dell’informazione. Ma la selezione non è neutrale rispetto all’immagine finale che il lettore costruisce del soggetto raccontato.

Se di venti proposte ne viene estratta quasi esclusivamente quella sulle armi, il M5S che emerge non è quello che propone una piattaforma politica complessiva: è soprattutto il partito che divide il centrosinistra sull’Ucraina.

Secondo passaggio: trasformare una proposta politica in un problema di coalizione

Il giorno successivo il quadro si precisa.

L’articolo di Maria Luisa Patruno del 22 settembre è intitolato «Tra Pd e M5s il “nodo” è l’Ucraina». Anche qui la prospettiva scelta è legittima, ma significativa: Nova scompare quasi completamente e ciò che rimane è la compatibilità del Movimento con il cosiddetto campo largo.

Il coordinatore regionale del M5S Diego Nicolini dichiara che il Movimento è disponibile al dialogo, ma intende mantenere la propria posizione sul riarmo e sull’Ucraina.

A questo punto è avvenuto uno spostamento narrativo interessante: il programma non viene più raccontato per ciò che propone al Paese, ma per il problema che può creare alla coalizione.

Non più: che cosa propone il M5S?

Ma: quanto il M5S complica il campo largo?

Sono due domande giornalisticamente legittime. Ma producono rappresentazioni politiche profondamente diverse.

Terzo passaggio: la stigmatizzazione

Sempre il 22 settembre compare poi una lettera di un lettore fortemente critica nei confronti del Movimento.

Naturalmente un giornale ha pieno diritto di pubblicarla e di scegliere di non pubblicarne altre. Il problema non è la presenza di una critica. È il contesto nel quale quella critica viene collocata.

La lettera definisce la posizione del M5S sull’Ucraina «propaganda elettorale», parla di un partito «inaffidabile», attribuisce al reddito di cittadinanza e al Superbonus responsabilità gravissime per l’economia e conclude auspicando che non sia il PD a doversi adeguare ai «desiderata» del Movimento.

A questo punto, nell’arco di pochissimo tempo, il lettore ha ricevuto una sequenza abbastanza coerente:

Nova → armi → problema per il campo largo → M5S inaffidabile.

Non sostengo che esista necessariamente una regia consapevole dietro questa sequenza. Sostengo qualcosa di più semplice e verificabile: questo è il risultato narrativo prodotto dalla successione dei contenuti pubblicati.

Quarto passaggio: arriva l’intellettuale

Il 23 settembre interviene Paolo Pombeni con l’editoriale «Le sceneggiate dei leader».

Pombeni accomuna, pur criticandoli per ragioni differenti, Giorgia Meloni, Giuseppe Conte, Matteo Salvini e il PD. Conte viene rappresentato in una «configurazione tribunizia» e la sua proposta ricondotta agli animal spirits di un «populismo di estrema sinistra» e a un «utopismo di modesta fattura».

Qui il passaggio è ancora diverso.

Delle venti proposte iniziali non resta praticamente più nulla. Non si discute se sia ragionevole aumentare il finanziamento della sanità pubblica, introdurre il salario minimo, tassare gli extraprofitti, rafforzare i controlli sugli appalti o intervenire sul consumo di suolo.

Il confronto si sposta dal contenuto della proposta politica allo stile del leader.

Ed è precisamente uno dei meccanismi attraverso i quali il framing può impoverire il dibattito: la politica pubblica lascia il posto alla rappresentazione del personaggio.

Il punto non è chiedere indulgenza

Non penso che il M5S debba essere trattato con indulgenza. Al contrario.

Le sue proposte devono essere criticate, verificate, contestate e sottoposte alle stesse domande difficili che dovrebbero essere rivolte a qualsiasi forza politica.

Ma è proprio questo il punto: criticare significa entrare nel merito.

Se un movimento presenta venti punti e il racconto pubblico ne seleziona quasi esclusivamente uno; se quel punto diventa immediatamente un problema di coalizione; se accanto alla cronaca compare una rappresentazione del Movimento come inaffidabile e il giorno successivo il suo leader viene ricondotto alle «sceneggiate» e all’«utopismo», non siamo più soltanto davanti a singoli articoli.

Siamo davanti a un processo di costruzione del significato.

Ed è qui che la questione diventa politica, ma anche democratica.

Il potere di decidere ciò che merita di esistere

Nel mio precedente ragionamento sull’etichettamento avevo parlato dell’invisibilizzazione come di uno degli strumenti attraverso i quali viene delimitato il perimetro della legittimità politica.

Questo caso aiuta a comprenderne concretamente il funzionamento.

L’invisibilizzazione non significa necessariamente non nominare qualcuno. Si può nominare moltissimo un soggetto politico e, contemporaneamente, rendere invisibile ciò che propone.

Anzi, forse questa è la forma più interessante di invisibilizzazione: il soggetto c’è, ma i suoi contenuti no.

Il lettore conosce la polemica sulle armi, il problema con il PD, la lettera che accusa il Movimento di inaffidabilità e la «sceneggiata» di Conte. Molto meno facilmente viene messo nella condizione di sapere che Nova propone, tra le altre cose, salario minimo, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, rafforzamento della sanità pubblica, politiche per le PMI, un piano pubblico per la casa e strumenti permanenti di partecipazione dei cittadini.

Si può essere favorevoli o contrari a ciascuna di queste proposte. Ma prima bisognerebbe almeno sapere che esistono.

Ed è probabilmente questo l’interrogativo più interessante che questa vicenda pone: quanto pluralismo può esserci se il sistema dell’informazione decide non soltanto quali opinioni criticare, ma prima ancora quali contenuti rendere visibili?

Per una forza politica minoritaria come il M5S del Trentino, il problema non può essere ignorato. Non basta elaborare programmi o avere buone proposte se non si possiedono gli strumenti per sottrarle a un ecosistema informativo che tende a ricondurle dentro cornici narrative già consolidate.

La questione, quindi, non riguarda soltanto L’Adige. Riguarda noi: la capacità di comprendere l’ambiente nel quale operiamo e di dotarci degli strumenti necessari affinché le nostre idee possano arrivare ai cittadini prima di essere selezionate, semplificate e reinterpretate da altri.

NB. Ho scelto di concentrare questa analisi su L’Adige in quanto quotidiano maggiormente diffuso in provincia e, quindi, particolarmente significativo nella formazione del dibattito pubblico locale. Non si tratta di una preferenza rispetto alle altre testate, né della convinzione che quanto descritto costituisca una peculiarità esclusiva de L’Adige. Dinamiche di framing, selezione, gerarchizzazione e invisibilizzazione attraversano, con forme e intensità diverse, l’intero ecosistema informativo trentino. Cambiano le testate e le sensibilità editoriali, ma rimane una questione di fondo: conoscere i meccanismi attraverso i quali il sistema dell’informazione seleziona ciò che diventa visibile, ciò che viene marginalizzato e le cornici entro le quali viene rappresentato. Esserne consapevoli è il primo passo per non subirli passivamente.

2 Replies to “Quando venti proposte diventano una sola: come L’Adige racconta il M5S”

  1. Il vulnus che determina tutta questa polarizzazione dei ragionamenti è nella legge elettorale che impone “i minestroni” a confronto. Nel programma dei partiti c’è qualcuno che propone nel primo anno di cambiare la legge elettorale e metterla in costituzione? Legge elettorale proporzionmale pura. Chi supera il 5% viene chiamato dal presidente della repubblica per formare il governo, punto. Senza questa regola madre, il programma delle coalizioni risulterà un frullato di intenti pronto per essere affossato dal Renzi di turno. La solita palude che a sto punto potrebbe essere l’obiettivo sotto traccia auspicabile dei prossimi governi, in modo da celare la verità scomoda per cui i governi non contano nulla nelle scelte sostanziali per un cambio di passo significativo. Il rapporto defici/pil è la tomba di ogni intento keynesiano, è il trionfo del cortotermismo imposto dalla stabilità finanziaria, vera potenziale deux ex machina di un cambiamento che essa stessa aborrisce; e intanto i cinesi si fregano le mani. Giochiamo un campionato in cui l’europa/finanza non può spingersi oltre il centrocampo; il massimo del risultato sarà lo zero a zero. Meno male che le catastrofi bussano alle porte, per accedere al tavolo delle decisioni senza deroghe, per mettere nero su bianco l’agenda politica senza traccia dei se e dei ma. https://youtu.be/5H1y2YHE3Gk

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