Ambiente e autonomia: più poteri alle istituzioni, ma quali diritti ai cittadini?

Nel giugno scorso è entrata in vigore la legge costituzionale n. 2 del 18 maggio 2026, che ha modificato lo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige/Südtirol, attribuendo alle Province autonome di Trento e Bolzano nuove competenze legislative in materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema, gestione dei rifiuti e fauna selvatica.

Una trasformazione istituzionale di notevole portata, realizzata però attraverso un procedimento legislativo sostanzialmente a fari spenti. Il dibattito pubblico è stato ridotto ai minimi termini, gli approfondimenti sulle conseguenze della riforma sono stati sporadici e i mezzi di comunicazione locali hanno prevalentemente celebrato il rafforzamento dell’autonomia, senza interrogarsi sufficientemente sulle implicazioni democratiche, giuridiche e ambientali delle nuove competenze. Le modifiche sono state concordate tra il Governo e i vertici delle Province autonome, lasciando ai margini le assemblee legislative e, soprattutto, le comunità interessate.

Non sono mancate le occasioni per discutere. Più Democrazia in Trentino aveva organizzato un convegno pubblico con esponenti di diverse sensibilità politiche e durante l’iter parlamentare sono stati presentati emendamenti e ordini del giorno per rafforzare le garanzie democratiche, promuovere la trasparenza e valutare l’impatto del trasferimento delle competenze ambientali. Proposte respinte senza un confronto approfondito.

Quali saranno gli effetti di questo trasferimento? Quali garanzie impediranno un arretramento delle tutele? Quali strumenti consentiranno ai cittadini di controllare le politiche ambientali? Sono domande rimaste sostanzialmente senza risposta.

Un dibattito ambientale che arriva a decisioni già prese

Il 24 settembre scorso Il T ha dedicato una pagina alla nuova competenza ambientale delle Province autonome, raccogliendo alcune opinioni di rappresentanti delle organizzazioni ambientaliste (Gigi Casanova per Mountain Wildernes, Aaron Iemma per il WWF, Viola Ducati per la Rete Climatica Trentino e Manuela Baldracchi per Italia Nostra) del mondo agricolo (Gianluca Barbacovi per Coldiretti) e di un giurista (Gianfranco Postal). Un’iniziativa giornalistica certamente utile, ma tardiva e insufficiente rispetto alla portata della riforma. Si è trattato di una raccolta di opinioni a posteriori, quando il trasferimento delle competenze era già stato definitivamente approvato.

Le considerazioni espresse hanno evidenziato opportunità e rischi, ma senza sviluppare un’analisi sistematica degli strumenti di garanzia, dei contrappesi istituzionali e delle modalità attraverso cui le comunità potranno incidere sulle future decisioni. Non è una critica alla competenza o all’impegno delle associazioni ambientaliste, che spesso svolgono un lavoro prezioso, ma alla loro collocazione nel sistema decisionale.

Le organizzazioni della società civile sono ancora troppo spesso costrette a intervenire in modo emergenziale, episodico e difensivo, quando un progetto è già stato elaborato, un’autorizzazione rilasciata o una scelta politica sostanzialmente compiuta. Possono protestare, presentare osservazioni, organizzare manifestazioni e, quando dispongono delle risorse necessarie, ricorrere alla giustizia. Raramente, però, vengono messe nelle condizioni di contribuire strutturalmente alla definizione delle politiche pubbliche.

Le carenze normative si sommano alla difficoltà, e talvolta alla mancanza di volontà, delle stesse organizzazioni di costruire forme stabili e strutturate di coordinamento, capaci di sviluppare iniziative comuni e un’interlocuzione continuativa con le istituzioni. Il risultato è che le associazioni finiscono per esercitare prevalentemente un diritto di tribuna, anziché svolgere una funzione riconosciuta nell’ambito di processi partecipativi organizzati, trasparenti e capaci di influenzare effettivamente le decisioni pubbliche.

Il caso dello Statuto comunale di Trento

La proposta di modifica dello Statuto del Comune di Trento in materia ambientale costituisce un esempio particolarmente significativo di questa contraddizione.

La Giunta propone di introdurre nell’articolo 2 un nuovo comma che riconosce la tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e della salute umana tra le finalità dell’ente. Il testo richiama inoltre la sostenibilità, la neutralità climatica, la collaborazione istituzionale e il coinvolgimento delle comunità. Principi condivisibili, almeno nelle intenzioni. Ma che cosa cambierà concretamente per i cittadini?

La proposta è stata elaborata e discussa nelle sedi istituzionali senza che fosse preliminarmente organizzato un autentico confronto pubblico con la cittadinanza e con le associazioni interessate. Soltanto a metà ottobre il Comune ha pubblicato sull’albo telematico una consultazione per raccogliere osservazioni entro il 26 ottobre: pochi giorni per intervenire su una modifica della carta fondamentale dell’ente.

Più Democrazia in Trentino ha presentato le proprie osservazioni il 23 ottobre, chiedendo il riconoscimento esplicito dei principi della Convenzione di Aarhus. Ma la possibilità di trasmettere un documento alla Segreteria generale non equivale a un processo deliberativo aperto, strutturato e inclusivo.

È proprio questa la contraddizione: si propone di inserire nello Statuto il coinvolgimento delle comunità come principio fondamentale, ma non si applica pienamente quel principio nemmeno nel procedimento che dovrebbe introdurlo.

L’opinione pubblica resta sostanzialmente spettatrice di un confronto circoscritto all’aula consiliare. E per aula non intendo l’assemblea rappresentativa, che conserva naturalmente il proprio ruolo democratico, ma il luogo fisico delimitato da quattro pareti, nel quale il dibattito rischia di nascere, svilupparsi e concludersi senza coinvolgere realmente la città, secondo una logica istituzionale sempre più autoreferenziale.

Anche i mezzi di informazione dedicano alla vicenda un’attenzione limitata, senza approfondire adeguatamente le questioni di metodo e di merito sollevate dall’associazione.

Una modifica simbolica che non sposta gli equilibri di potere

Nell’articolo pubblicato il 20 ottobre su L’Adige, la capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Ilaria Goio, ha espresso alcune riserve sulla proposta della Giunta, sostenendo la necessità di mantenere un equilibrio tra tutela ambientale, sostenibilità economica e coesione sociale.

Secondo la consigliera, lo Statuto dovrebbe limitarsi a enunciare principi fondamentali e condivisibili nel tempo, senza recepire gli orientamenti politici contingenti della maggioranza. Goio ha inoltre contestato l’accostamento tra tutela dell’ambiente e salute umana e l’inserimento della neutralità climatica, ritenendo che quest’ultima costituisca un obiettivo politico piuttosto che un principio statutario. Sono osservazioni che meritano una riflessione, anche se per ragioni diverse da quelle prospettate dalla consigliera.

Il problema, infatti, non è tanto il rischio che la modifica statutaria condizioni eccessivamente le future amministrazioni, quanto esattamente il contrario: che non condizioni concretamente nessuno, lasciando immutati gli attuali rapporti di potere e le modalità attraverso cui vengono assunte le decisioni ambientali. Da questo punto di vista, credo che la consigliera Goio possa stare tranquilla.

Senza strumenti che rendano effettivamente esigibili i principi enunciati, la modifica rischia di avere un valore prevalentemente simbolico. E temo che anche una parte dei suoi promotori ne sia perfettamente consapevole.

È relativamente semplice dichiarare che il Comune tutela l’ambiente, contrasta i cambiamenti climatici e promuove la sostenibilità. Molto più impegnativo è riconoscere ai cittadini diritti e strumenti che consentano loro di verificare, contestare e influenzare concretamente le decisioni dell’amministrazione.

La questione centrale è tutta qui. Non abbiamo bisogno soltanto di istituzioni che si dichiarino ambientaliste. Abbiamo bisogno di istituzioni nelle quali i diritti ambientali possano essere effettivamente esercitati e fatti valere, anche contro la volontà di chi governa.

I tre diritti dimenticati della democrazia ambientale

La Convenzione di Aarhus, adottata nel 1998 e ratificata dall’Italia nel 2001, indica una strada precisa, fondata su tre pilastri: accesso alle informazioni ambientali, partecipazione del pubblico ai processi decisionali e accesso alla giustizia.

Tre dimensioni strettamente collegate, che nel nostro sistema istituzionale continuano a incontrare ostacoli rilevanti.

Il primo problema riguarda l’informazione ambientale.

La disciplina regionale sulla trasparenza e le sue modalità applicative presentano criticità che Più Democrazia in Trentino ha più volte segnalato. L’accessibilità effettiva delle informazioni ambientali deve essere verificata e garantita, indipendentemente dalle peculiarità dell’ordinamento autonomistico.

Non basta che le informazioni siano teoricamente disponibili attraverso una richiesta di accesso. Devono essere pubblicate, aggiornate, facilmente reperibili, comprensibili e utilizzabili.

E qui emerge una contraddizione particolarmente grave.

La legge regionale n. 10 del 2014 esclude, per gli enti soggetti alla disciplina regionale, l’applicazione dell’articolo 40 del decreto legislativo n. 33 del 2013, che prevede specifici obblighi di pubblicazione delle informazioni ambientali sui siti delle amministrazioni pubbliche.

Il Comune di Trento si avvale espressamente di questa esclusione. Nella sezione del proprio sito istituzionale dedicata alle informazioni ambientali dichiara infatti che, in forza della normativa regionale, il relativo obbligo di pubblicazione non trova applicazione.

Siamo quindi di fronte a un’amministrazione che intende proclamare solennemente la tutela dell’ambiente tra le proprie finalità statutarie, mentre continua ad avvalersi di una disposizione regionale che la esonera da uno specifico obbligo statale di pubblicazione delle informazioni ambientali.

Il diritto di accesso previsto dalla normativa ambientale resta naturalmente distinto e non viene meno. Ma ciò non elimina la contraddizione politica e istituzionale.

Un cittadino non può partecipare consapevolmente a decisioni su inquinamento, consumo di suolo, gestione dei rifiuti o grandi opere se non dispone tempestivamente dei dati necessari.

Il secondo problema riguarda la partecipazione.

Gli istituti esistenti sono spesso deboli, eccessivamente burocratizzati o scarsamente valorizzati.

Le petizioni comunali faticano a incidere sull’agenda politica anche perché non sono accompagnate da procedure di trattazione sufficientemente trasparenti, inclusive e capaci di garantire un confronto effettivo tra promotori e istituzioni.

Le proposte di iniziativa popolare sono sottoposte a procedimenti complessi e burocratizzati, che possono scoraggiare persino i cittadini più motivati. I referendum costituiscono un’eccezione nella vita democratica locale e continuano a incontrare ostacoli normativi e procedurali.

Le consultazioni sui piani, sui programmi e sui grandi progetti territoriali, quando vengono organizzate, rischiano frequentemente di trasformarsi in adempimenti formali: ai cittadini viene consentito di esprimersi, ma non viene necessariamente riconosciuta una reale possibilità di influenzare le alternative in discussione.

La partecipazione diventa così una fase accessoria di decisioni già sostanzialmente definite.

Il terzo problema è l’accesso alla giustizia ambientale.

Cittadini, comitati e associazioni possono disporre formalmente di strumenti di tutela giurisdizionale, ma il loro esercizio concreto è spesso condizionato dai costi, dai tempi, dalla complessità delle procedure e dalla necessità di competenze tecniche e legali specialistiche.

Di fronte a grandi operatori economici, investitori, società immobiliari, gruppi di interesse, professionisti e apparati amministrativi dotati di ingenti risorse economiche, organizzative e tecniche, la disparità delle forze in campo è evidente.

Il diritto di ricorrere alla giustizia rischia così di restare una garanzia formale, difficilmente esercitabile da chi non dispone delle risorse necessarie per sostenere una controversia.

A questo si aggiunge una questione istituzionale particolarmente delicata: l’effettiva autonomia degli organismi incaricati dei controlli e della vigilanza ambientale.

Quando strutture chiamate a verificare l’operato di soggetti pubblici e privati dipendono organizzativamente e finanziariamente dagli stessi livelli politici responsabili delle politiche da controllare, si pone inevitabilmente un problema di indipendenza, credibilità e capacità di intervento.

Non si tratta di mettere in discussione la professionalità dei funzionari, ma di interrogarsi sulle garanzie ordinamentali necessarie affinché possano svolgere le proprie funzioni senza condizionamenti.

L’autonomia non può diventare autonomia dal controllo democratico

Il trasferimento delle competenze ambientali alle Province autonome potrebbe rappresentare un’opportunità per costruire politiche più attente alle peculiarità territoriali. Ma potrebbe anche accentuare la concentrazione del potere politico e amministrativo, soprattutto se non accompagnato da adeguati contrappesi.

L’autonomia territoriale, di per sé, non garantisce una maggiore tutela dell’ambiente. La vicinanza geografica tra decisori e territorio non coincide automaticamente con la vicinanza democratica tra istituzioni e cittadini.

Anzi, in contesti territoriali relativamente piccoli, dove le relazioni tra politica, amministrazione e interessi economici possono essere particolarmente strette, l’indipendenza dei controlli e la trasparenza delle decisioni assumono un’importanza ancora maggiore.

Non è sufficiente trasferire competenze dallo Stato alle Province, né proclamare nuovi principi negli statuti comunali. Bisogna chiedersi chi esercita il potere, chi lo controlla, chi può contestarlo e quali possibilità hanno i cittadini di modificarne gli indirizzi.

In assenza di queste garanzie, il rafforzamento dell’autonomia rischia di tradursi prevalentemente in un rafforzamento degli esecutivi e degli apparati amministrativi. È la differenza tra l’autonomia delle istituzioni e l’autogoverno delle comunità.

(Fonte immagine: Wikimedia di BelPatty86)


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