PFAS nella Valle del Chiese: aria fritta in cambio di trasparenza

Giovedì sera, il portentoso ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento è riuscito a sfornare un comunicato carico di aria fritta, ripreso acriticamente da tutte le testate giornalistiche locali, che nemmeno i migliori chimici della DuPont e della Miteni messi insieme sarebbero stati in grado di produrre (leggere per credere: comunicato n.1478 del 29.05.2025).
Si parla di simulazioni, sinergie, studi programmati, ma le risposte alle domande fondamentali continuano a mancare, a distanza di anni dalla scoperta della contaminazione da PFOS nella falda della Valle del Chiese.

L’origine della contaminazione: ancora al condizionale

Le prime notizie sulla contaminazione da PFOS risalgono almeno al 2018. Eppure, ancora oggi, nel comunicato si fa riferimento al sito delle ex Fonderie Trentine come alla “probabile” sorgente storica.
Dopo sei anni, non è ancora stata accertata con certezza l’origine? Di cosa si è occupata la vigilanza ambientale in tutto questo tempo, se non è nemmeno riuscita a delimitare con precisione l’area di rilascio degli inquinanti?
E come si spiega che l’area indicata coincida con un sito già oggetto di bonifica nel 2007? Se davvero si tratta della sorgente della contaminazione, allora come è stata condotta quella bonifica? Con quali esiti? E chi ha certificato il completamento degli interventi?

Il pozzo Gaggio doveva essere chiuso. Ma è ancora in funzione

Nel dicembre 2020, la chiusura del pozzo in località Gaggio – riconosciuto come contaminato – sembrava ormai certa. La giunta provinciale assicurava che il Comune di Storo e GEAS (Giudicarie Energia Acqua Servizi S.p.A.) avevano già pianificato gli interventi urgenti per dismetterlo. Le soluzioni prospettate comprendevano l’interconnessione tra gli acquedotti delle frazioni, il potenziamento della rete e persino il collegamento con l’acquedotto di Ponte Caffaro (BS).
Oggi, però, il pozzo Gaggio è ancora attivo nei periodi di magra, e contribuisce alla miscelazione dell’acqua nel serbatoio “Pian de Rode”. Inoltre, il centro sportivo comunale in località Grilli, insieme ad altri pozzi privati, continua ad attingere direttamente dalla falda contaminata.
Che fine ha fatto il piano di isolamento? E come sono state spese le risorse provinciali annunciate nel 2022 per risolvere l’emergenza?

Lo studio dell’Università: ricomparso dopo mesi di silenzio

La mozione 39/XVI del novembre 2019 impegnava la Giunta provinciale a stipulare un accordo con l’Università di Trento per la modellizzazione numerica della falda. L’accordo venne firmato e, già l’11 giugno 2020, fu pubblicato un bando per un assegno di ricerca sul tema “Trasporto di contaminanti negli acquiferi eterogenei”.
Lo studio si è concluso nel luglio 2024, ma la relazione finale contenente dati ed analisi di indubbio interesse collettivo non è stata né pubblicata né condivisa con la comunità scientifica. Perché?
Perché si è preferito percorrere la strada di una presunta validazione dello studio internamento agli uffici provinciali anziché sottoporlo a una valutazione esterna o a revisione tra pari (peer review)? Dopo mesi di risposte elusive e continui rinvii, la documentazione è stata resa ostensibile dalla Giunta provinciale solo questa settimana, e, in ogni caso, ancora oggi non è accessibile pubblicamente sui siti istituzionali della Provincia e dei comuni interessati.

“Tutto a norma”: ma quanto ci tutela davvero la norma?

La Provincia rassicura che le concentrazioni di PFOS sono “entro i limiti di legge”. Ma quanto ci protegge davvero la normativa italiana?
Se le stesse concentrazioni venissero rilevate in Danimarca o in Svezia, le autorità sanitarie permetterebbero ancora l’uso potabile di quell’acqua? Spoiler: no, il consumo sarebbe vietato.
E quando entreranno in vigore i nuovi parametri europei, che prevedono una valutazione cumulativa di diverse molecole PFAS e del TFA (acido trifluoroacetico), quei valori saranno ancora “a norma”?
Non basta rifugiarsi nella legalità formale: servono garanzie scientificamente fondate e ispirate alle migliori pratiche internazionali.

E gli effetti sulla salute?

Nel comunicato non si fa alcun riferimento a studi epidemiologici né a biomonitoraggi. È possibile che per anni la popolazione abbia consumato acqua contaminata senza che sia stato avviato un monitoraggio sanitario?
Nessuna indagine sul bioaccumulo, nessun tracciamento degli effetti a lungo termine, nessun piano di sorveglianza pubblica.
Qui sì che si potrebbe parlare di “sinergia tra enti”: quella del silenzio e dell’indolenza.

La trasparenza mancata

Per anni alle interrogazioni sono state fornite risposte ridondanti e prive di prospettive operative sulla sorgente e sulla riduzione dei rischi. Lo studio dell’Università di Trento è stato consegnato nel luglio 2024, ma per mesi le richieste di accesso agli atti sono state sistematicamente differite, con giustificazioni inconsistenti.
Nel frattempo, le amministrazioni comunali e il BIM parlano vagamente di “uno studio” senza chiarire chi lo coordini, quali dati utilizzi, quali siano le frequenze di campionamento e i criteri di valutazione del rischio.
Un comportamento omissivo e lesivo del diritto dei cittadini all’informazione ambientale, sancito dal decreto legislativo 195/2005.

Nell’era dell’infodemia, delle fake news e dell’analfabetismo funzionale di ritorno, la Giunta provinciale di Trento sembra puntare tutto sulla comunicazione, anche a costo di sostituire la trasparenza con la retorica.
Per dirla con Byung-chul Han, «le informazioni sfrecciano davanti alla verità e non vengono più raggiunte da questa». Il tentativo di arginare la quantità eccessiva di contenuti, spesso distorti, con la sola forza della verità è destinato al fallimento: l’infodemia è resistente alla verità.

Questo i nostri governanti – o “comandanti”, per usare il loro linguaggio – lo sanno bene. Ed è per questo che ci servono aria fritta condita con la polenta, per non far sorgere preoccupazioni di chi non sa di aver avuto una buona probabilità di aver ingerito PFAS per anni.

5 Replies to “PFAS nella Valle del Chiese: aria fritta in cambio di trasparenza”

  1. Sarebbe.ora che questa provincia di Trento finisse di fare proclami e buttare denari dei cittadini dalla finestra Mi correggo che sotto la finestra sicuramente c’è qualcuno che mi intasca,e fare un qualcosa di più per i cittadini sanità scuola case a prezzo calmierati Canbuars qualche direttore di tutti questi enti burocratici e.mangua soldi Magari anche qualche benefit e stipendii dei nostri politici La povertà dilafa anche u In trentino Bravo Alex denuncia forse ci sceglieremmo un giorno Remo Trainotti

  2. bravo alex ottima analisi. se ti interessa ieri ho visto che è stata depositata una nuova interrogazione (non proprio articolata come la tua analisi ma comunque…) sull’argomento.la metto in allegato ciao 

  3. Buon giorno Alex Vorrei farti una domanda In merito al vecchio ospedale di Ala Se possibile fare una interrogazione alla giunta. Provinviale o meglio al assessore alla sanità Cosa intendono fare di quella struttura Dove da quando lo hanno voluto chiudere (unica struttura chiusa in trentino quando nella riforma di allora doveva chiudere Mezzolombardo Borgo valsugana Cles ) Ma non e quello e la continua spesa di denaro pubblico per mantenere. Questa struttura che serve a poco o a nulla E del convitto Slvio Pellico in continua ristrutturazione da anni e mai terminato Lavori che. Il presidente del consiglio di Soini i ex assessore Mellarini conoscono benissimo Remo Trainotti Grazie 3756447398

  4. Ottima analisi. Purtroppo tutto viene gestito evitando di mettere in condizione le persone di poter partecipare democraticamente alle scelte. Rientra in questo disegno rendere difficile l’accesso agli studi e alle informazioni e soprattutto recidere ogni canale di comunicazione (e quindi rendere difficile la comprensione delle questioni) tra i cittadini e gli Enti di ricerca, quali appunto l’Università.

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