Il ventriloquo del potere e l’asimmetria del dibattito pubblico

Il recente post dell’architetto Beppo Toffolon sul “caso Milano” e sulle posizioni espresse da Paolo Pombeni su L’Adige (testi a pié di pagina) offre l’occasione per una riflessione che va ben oltre il merito specifico delle vicende urbanistiche milanesi. È un pretesto per interrogarsi su dinamiche più profonde che riguardano il funzionamento del dibattito pubblico, specialmente nei contesti locali.

L’intellettuale organico e le reti di potere

Credo innanzitutto che sia opportuno ricordare la nomina di Pombeni nella consulta per lo statuto di autonomia nella XV legislatura provinciale (2013-2018) da parte delle associazioni di categoria. Non si tratta di “gossip accademico”, ma di un dato utile a inquadrare la collocazione dell’opinionista nella scacchiera degli interessi economici. Tale nomina evidenzia un meccanismo strutturale attraverso cui certi intellettuali operano all’interno di precise reti di potere economico-politico, svolgendo quella che Antonio Gramsci definirebbe una “funzione organica restauratrice” rispetto agli interessi dei gruppi dominanti.

Non si tratta necessariamente di corruzione nel senso giuridico del termine, ma di qualcosa di più sottile e pervasivo: la costruzione di un consenso culturale che legittima determinati interessi particolari presentandoli come interesse generale. Il “politologo” diventa così il ventriloquo di un potere che preferisce rimanere nell’ombra, parlando attraverso la voce apparentemente neutrale dell’esperto.

L’asimmetria del dibattito e i “limiti di spazio”

In aggiunta alla critica di Toffolon, totalmente condivisibile per chi scrive, emerge la preoccupante asimmetria nell’accesso al dibattito pubblico. Quando un opinionista dispone di spazi privilegiati e ricorrenti sui media locali – come evidentemente accade per Pombeni su L’Adige e Vita Trentina – si crea uno squilibrio democratico se le voci critiche non hanno pari opportunità di replica.

Il famoso “limite di spazio” evocato per chi prova a proporre un pensiero opposto (qui un caso recente di mancata pubblicazione “per limiti di spazio” proprio in replica a pombeni), o comunque diverso, diventa così uno strumento di selezione del discorso pubblico che può favorire determinate narrative rispetto ad altre. Non è censura nel senso classico, ma è comunque una forma di controllo dell’agenda mediatica che impedisce il confronto dialettico necessario in una democrazia matura.

La retorica anti-giudiziaria: normalizzare l’inaccettabile

Come ben illustrato da Toffolon, particolarmente inquietante è il tentativo di normalizzare la corruzione sistemica di Tangentopoli. Secondo Pombeni, non si trattava di vera corruzione perché “la corruzione personale di chi gestiva le somme raccolte era circoscritta, in più di un caso assente” e perché “le imprese che pagavano lo facevano più che altro perché quella era la prassi, più o meno nota a tutti e consolidata”.

Questa giustificazione è agghiacciante nella sua cinica lucidità. Cosa dovremmo dedurne? Che la corruzione va bene purché sia “sistemica” e non “personale”? Che le tangenti sono accettabili se fanno parte della “prassi consolidata”? È una logica che potrebbe giustificare qualsiasi crimine organizzato, dal traffico di stupefacenti, passando ai finanziamenti illeciti alla politica fino al sfruttamento selvaggio della manodopera e al controllo del territorio con la violenza (vedasi indagini Romeo, Perfido o Sciabolata).

Quando Pombeni conclude che il caso Milano dovrebbe servire “ad emarginare le ricorrenti tentazioni neo giacobine tanto di una parte della magistratura, quanto di una parte della politica”, sta in realtà invertendo i termini del problema. Una normalizzazione del malaffare presentata con il tono suadente del “siamo tutti uomini di mondo, no?”

Il localismo come paravento

Dalle vicende milanesi, vorrei infine aprire una riflessione che riguarda un contesto come quello trentino, dove l’autonomia è un valore identitario forte e dove è particolarmente insidioso l’uso di questa retorica per proteggere interessi di lobby locali. Il rischio è che la critica legittima agli eccessi centralistici si trasformi in una copertura per pratiche clientelari o per la creazione di zone franche rispetto ai controlli anche a livello locale.

Un esempio concreto di questi rischi lo abbiamo avuto proprio in Trentino-Alto Adige/Sudtirol nel 2021. Venne infatti introdotta una deroga che permetteva ai sindaci di continuare la loro attività professionale in materia di urbanistica, edilizia e lavori pubblici anche nel territorio da loro amministrato. In pratica, si legalizzava un evidente conflitto di interesse senza nemmeno rappresentare la portata applicativa dell’intervento.

Questa operazione avvenne anche grazie a una scarsa attenzione mediatica locale, che non seguì gli sviluppi come invece sarebbe stato opportuno fare. Solo nel dicembre 2024 il consiglio regionale è intervenuto per sanare la situazione e ripristinare la formulazione originale dell’articolo 64 del Codice degli Enti Locali.

I rischi, dunque, non sono un’invenzione “giacobina” ma precedenti pericolosi su cui perfino il Governo italiano, spesso indulgente su questi temi, ha eccepito, pretendendo un ritorno alla norma originaria e l’abrogazione della deroga.

A tal riguardo, le vicende milanesi hanno molto da insegnarci poiché l’autonomia vera non si costruisce proteggendo le irregolarità locali dalla “ghigliottina” dei magistrati tramite procedure urbanistiche speciali o decreti come il Salva-Milano, ma elevando gli standard di trasparenza e legalità del territorio autonomo rispetto al resto del paese.

La questione strutturale

Il problema di fondo che emerge dall’analisi di Toffolon e da queste riflessioni integrative è strutturale: come garantire pluralismo nel dibattito pubblico quando alcuni attori dispongono di megafoni più potenti di altri? Come evitare che l’informazione locale diventi l’house organ di interessi particolari mascherati da competenza accademica?

Non esistono ricette facili, ma certamente la prima medicina è la consapevolezza. Riconoscere i meccanismi attraverso cui si costruisce il consenso significa già iniziare a smontarli. E forse, ogni tanto, concedere un po’ più di spazio anche a chi ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza troppi giri di parole.


Di seguito gli interventi di Paolo pombeni paolo e Beppo Toffolon

3 Replies to “Il ventriloquo del potere e l’asimmetria del dibattito pubblico”

  1. Bravo Alex, condivido il tuo intervento che è esemplare anche per la chiarezza espositiva. L’unica cosa che correggerei è la definizione di “democrazia matura” con “democrazia partecipativa”. Quelle che oggi si autodefiniscono democrazie mature sono in realtà solo un simulacro della democrazia.

  2. Ti ringrazio Alex per questo tuo intervento che condivido in pieno, come del resto le posizioni di Toffolon Hai saputo esprimere in modo chiaro ciò che penso da molto tempo ma che ho sempre fatto fatica a descrivere. Di quello che scrivine è decisamente pregna la situazione politica di oggi e sto facendo fatica a comprenderne le ragioni. Io storicamente appartenente alla sinistra politica, ma sto perdendo per strada non precisamente le mie convinzioni ma molti dei miei compagni che mi sembra siano stati inglobati nel sistema che ben hai descritto.Purtroppo però faccio fatica a dare giudizi sul sistema perché sono un eterno insicuro.Franco.

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