Il ventriloquo del potere e la rincorsa dei kingmaker: risposta a Pombeni

Puntuale come un orologio svizzero arriva, sulle pagine de L’Adige, la narrazione critica di Paolo Pombeni contro il leader del M5S Giuseppe Conte (editoriale del 26 agosto 2026).

Questa riflessione non ha nulla di personale. Ritengo però che Pombeni sia da tempo il veicolo di una lettura conservatrice, attenta soprattutto alla conservazione degli equilibri esistenti, e proprio per questo non posso esimermi dal provare ad analizzarne il pensiero e, soprattutto, il modo in cui costruisce la propria narrazione.

Non è la prima volta che mi confronto con questo tipo di analisi. Già in passato avevo inserito Pombeni nella categoria dei “ventriloqui del potere”, commentando una sempre attenta riflessione dell’architetto Toffolon — uno dei pochi portatori di pensieri eretici rimasti in Trentino, a cui prima o poi varrà la pena dedicare una puntata a parte.

Non è un caso, del resto, che lo stesso Pombeni fosse stato cooptato nella Consulta per l’aggiornamento dello Statuto di autonomia nella consiliatura iniziata nel 2013, proprio su istanza delle associazioni di categoria, cioè di quei poteri economici che pesano non poco sulle scelte politiche delle istituzioni trentine.

Una premessa per annebbiare il quadro

Nell’ultima puntata della sua narrazione, Pombeni parte da una premessa ardita: prende spunto dal caso Ranucci-Lavitola — una vicenda al confine fra il picaresco e il grottesco, come lui stesso la definisce — per costruire un pastone generale che gli serve poi da trampolino per attaccare Conte, colpevole di aver rilasciato alcune dichiarazioni a La Repubblica.

Dietro l’apparente equilibrio dei suoi “tre punti” — la tentazione diffusa di fare i kingmaker, l’illusione che un leader si costruisca a tavolino, la necessità di fare squadra invece che culto della personalità — si nasconde, a mio avviso, un obiettivo più preciso: delegittimare chi prova a cambiare il sistema, o quantomeno chi si prefigge di scombinare uno status quo che produce conseguenze sociali, economiche e ambientali sempre più problematiche.

È una chiave di lettura che Pombeni ripropone con una certa sistematicità e che ho già avuto modo di mettere in discussione in altre occasioni.

Cosa ha detto davvero Conte

Vale allora la pena tornare ai fatti, cioè a quello che Conte ha effettivamente detto.

Non ha affatto rinnegato la necessità di tutelare i diritti civili. Basterebbe ricordare, su questo fronte, il lavoro parlamentare di rappresentanti come Stefania Ascari, avvocata con esperienza nel diritto penale e dell’immigrazione, che ha seguito come relatrice e firmataria l’iter di provvedimenti come il Codice Rosso, pensati per contrastare quella che ha definito un’emergenza sociale e culturale, e che continua a promuovere nelle scuole iniziative sui temi del rispetto e del consenso. A tal riguardo è noto, infatti, che la violenza di genere non può essere letta come fenomeno isolato, ma è strettamente connesso ad altre forme di oppressione come il razzismo, il classismo o l’omotransfobia.

Oppure l’impegno di Alessandra Majorino che ha recentemente ribadito come lo Statuto del Movimento, all’articolo 2, definito “Carta dei Principi e dei Valori”, sancisca “il pieno diritto ad amare ed essere amati nel rispetto delle identità sessuali e di genere”, individuando questi principi come pilastri irrinunciabili dell’identità politica pentastellata.

Chi conosce questo lavoro parlamentare fatica dunque a riconoscersi nel ritratto tracciato da Pombeni e, più in generale, da quei media che vorrebbero far interiorizzare ai propri lettori gli stessi schemi interpretativi.

Conte ha piuttosto parlato della necessità di intervenire sulle disuguaglianze sociali ed economiche che stanno minando la tenuta del sistema italiano: in parole povere, di redistribuzione dei redditi e della necessità di ridurre il divario tra l’opulenza di pochi e la povertà — o la prossimità alla soglia di povertà — di molti.

Un ragionamento semplice, ma proprio per questo scomodo per chi ha interesse a mantenere lo status quo e i privilegi che vi sono connessi. E che, di conseguenza, può essere facilmente trasformato in una caricatura per delegittimare chi lo propone.

Vale quindi la pena ricostruire con maggiore precisione ciò che Conte ha effettivamente detto, perché la ricostruzione dei fatti conta ed è ben più articolata della caricatura che se ne vuole dare.

Nel suo intervento su La Repubblica, ripreso e riassunto dal Fatto Quotidiano, Conte non liquida affatto le battaglie per i diritti delle minoranze. Riconosce piuttosto che quel movimento ha contribuito ad ampliare il concetto di giustizia, a diffondere un linguaggio più rispettoso e a contrastare razzismo, sessismo e discriminazione.

Ciò che mette in discussione è un’altra cosa: la deriva di un approccio che, soprattutto in alcuni settori urbani e istruiti, rischia di trasformare la politica progressista nella gestione simbolica delle sensibilità, lasciando sullo sfondo chi vive un orizzonte materiale sempre più precario: lavoratori sottopagati, operai, piccoli imprenditori, ceti medi in difficoltà.

Per questo Conte indica come priorità l’intervento sulle radici materiali delle disuguaglianze: politiche salariali, equità fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, diritto all’abitazione, sanità e istruzione pubbliche. A questi aggiunge nodi strutturali come la finanziarizzazione dell’economia, il potere delle grandi piattaforme digitali e la corsa al riarmo, che rischia di sottrarre risorse al welfare.

È un impianto che, lungi dal rinnegare i diritti civili, prova a collocarli dentro una cornice più ampia di giustizia sociale, senza trasformarli nell’unico terreno possibile dello scontro politico.

La lettura di Marchesi: due sinistre, due necessità

Su questo punto è utile richiamare la lettura offerta dal ricercatore di filosofia Francesco Marchesi sulla rivista La Fionda, che ha inquadrato l’intervento di Conte come un momento di chiarezza all’interno di un campo tutt’altro che compatto.

Da circa quindici anni, secondo Marchesi, si confrontano in Italia e in Europa due diverse opposizioni alla destra.

Da un lato c’è un’alternativa popolare e pacifista, nata nel decennio populista 2008-2020, che tiene insieme diritti sociali e diritti civili ma mette al centro lavoro, sanità e guerra: un’area nella quale Marchesi colloca il M5S insieme a realtà come “Schierarsi” di Alessandro Di Battista e “Agorà” di Angelo d’Orsi.

Dall’altro c’è una sinistra “ufficiale”, vicina al Pd e ad Avs, che insiste soprattutto sulle questioni simboliche e sulle politiche dell’identità, finendo per mascherare — nella lettura di Marchesi — una sostanziale continuità con la globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.

È una lettura che può essere discussa e che non coincide necessariamente con il mio punto di vista abituale. Ma proprio per questo la trovo interessante: perché converge nel mettere a nudo lo stesso meccanismo che provo a descrivere a proposito di Pombeni.

La difesa del regime può infatti assumere una forma particolarmente efficace quando si presenta come difesa dei principi, della razionalità, della competenza o perfino del progressismo.

È il vecchio trucco di trasformare una scelta politica in una necessità tecnica e, contemporaneamente, di presentare come estremista o irresponsabile chi mette in discussione quella necessità.

Non kingmaker, ma costruttori

Sulle “sceneggiate di agosto” si può concordare con Pombeni almeno fino a un certo punto.

È vero che la politica italiana ha bisogno non di kingmaker, ma di costruttori — o ricostruttori — di contesti capaci di generare leadership aggreganti, credibili e creative.

Il problema è che, nella narrazione di Pombeni, a mancare non è la cornice teorica, condivisibile in astratto, ma la sua applicazione concreta.

Perché la stessa cornice viene puntualmente piegata a colpire chi prova a incrinare gli equilibri esistenti, mentre resta sorprendentemente silenziosa nei confronti di chi quegli equilibri li presidia da anni.

E qui sta, a mio avviso, il punto politico della questione.

Non basta dire che i leader non si costruiscono a tavolino. Bisognerebbe chiedersi anche chi costruisce i contesti nei quali alcuni leader diventano legittimi e altri no.

Non basta denunciare la rincorsa dei kingmaker. Bisognerebbe interrogarsi sul potere di quei soggetti — economici, culturali, mediatici e istituzionali — che, senza presentarsi formalmente come kingmaker, contribuiscono ogni giorno a stabilire quali idee siano ragionevoli, quali leadership siano presentabili e quali invece debbano essere ricondotte alla categoria del populismo, dell’incompetenza o dell’irresponsabilità.

È questo il punto che la narrazione del giornale L’Adige, e più in generale dei giornali locali, rimuove sistematicamente.

Il problema non è che qualcuno voglia fare il kingmaker. Il problema è che esistono da sempre kingmaker che non hanno bisogno di dichiararsi tali ma che costruiscono un articolato sistema di egemonia culturale.

Sono quelli che non scelgono direttamente i governi, ma contribuiscono a definire il perimetro entro il quale un governo può essere considerato affidabile.

Non scelgono necessariamente i leader, ma stabiliscono quali leader siano degni di essere ascoltati.

Non impongono direttamente le politiche, ma concorrono a stabilire quali politiche siano “realistiche” e quali, invece, vengano immediatamente bollate come utopistiche, populiste o pericolose.

Ed è proprio qui che la metafora del ventriloquo diventa, per me, più interessante di quella del kingmaker.

La domanda, allora, non è soltanto chi voglia diventare kingmaker.

È chi stia parlando attraverso chi.

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