Kaswalder vs buon senso: le tante storture che in molti preferiscono non vedere

Venerdì scorso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio provinciale ha dato l’ok al ricorso in Cassazione per la vicenda giudiziaria che vede coinvolti il presidente Walter Kaswalder (delibera 20 del 12.03.2021) e il suo ex segretario particolare Walter Pruner e che ha visto il secondo prevalere nei due gradi di giudizio di merito. È una decisione di certo non inaspettata che resta però assai criticabile sia per forma che per sostanza.

A stupire, prima di tutto, è che il mondo politico e buona parte dell’opinione pubblica non trovino niente da dire riguardo alle scelte di un’Istituzione che dovrebbe essere al servizio dei cittadini quale è l’Ufficio di presidenza del Consiglio provinciale, e che invece appare tutta protesa verso il servizio alle persone che la controllano politicamente. 

Quali sono queste anomalie? Ecco tre delle più macroscopiche:
(1) in un Paese normale il presidente di un’assemblea come il Consiglio provinciale mai e poi mai avrebbe partecipato alla discussione e votato una delibera che lo vedeva parte in causa, per di più su un testo privo di motivazioni esplicite se non quelle riferite alla scelta dell’avvocato di parte e senza fornire, anche di fronte ad esplicita richiesta, alcuna considerazione sulle motivazioni del ricorso.
(2) In un Paese normale chi riveste un importante ruolo istituzionale super partes si sarebbe dimesso immediatamente dopo essere stato condannato in primo grado per “licenziamento per motivo illecito e determinante”, specie a seguito di motivazioni pesanti messe nero su bianco dal Giudice che in secondo grado ha parlato esplicitamente di “licenziamento ritorsivo”.
(3) In un Paese normale una figura istituzionale di alto profilo dopo la condanna in primo e secondo grado si sarebbe almeno scusata con la vittima licenziato in modo arbitrario.

Dunque non siamo un Paese normale, siamo in Italia, e i comportamenti messi in atto dai politici della Provincia diversamente speciale di Trento sono indistinguibili da quelli dei loro colleghi delle altre Regioni. In altre Nazioni europee vige un codice di comportamento che non è scritto ma è frutto di una tradizione consolidata e ad esso tutti si adeguano. In Italia e in Trentino invece gli eletti non si sentono servitori ma padroni delle istituzioni. Questo i cittadini lo vedono, lo percepiscono e ciò determina uno scadimento della dignità della politica e il venir meno del rispetto per le persone prima ancora del rispetto verso lo stato di diritto.

In un Paese dove vigesse il rispetto sostanziale per le Istituzioni e non l’approccio predatorio ai loro danni, Kaswalder si sarebbe dovuto dimettere già all’inizio dell’iter processuale per fare in modo di limitare al massimo il danno economico e il danno di immagine del Consiglio. Con la sentenza di 1° grado si sarebbero dimessi anche i componenti dell’Ufficio di presidenza che hanno consentito l’adozione della delibera con cui è stato ratificato il licenziamento senza esigere contestualmente le dimissioni di Kaswalder. Da noi invece non solo non si sono dimessi ma si sono messi fattivamente in azione per far pagare ai cittadini i ricorsi, aggiogandole ai loro interessi castali. 

Anche per questo io non avevo firmato la mozione discussa nel luglio del 2020, unico fra i componenti dei consiglieri di minoranza. D’altra parte ho già dichiarato anche in aula che non mi sento rappresentato da nessun componente dell’ufficio di presidenza visto che operano come se il Consiglio fosse “cosa loro”. Non hanno mai trasmesso informazioni sulla natura delle loro azioni e quando nella primavera scorsa è stato chiesto loro di dimettersi hanno fatto orecchie da mercante. 

Dimissioni a parte, come è possibile che l’ufficio di presidenza deliberi senza considerare la situazione di conflitto di interessi in cui si trova Kaswalder? Chi scrive lo ha chiesto con un’interrogazione specifica ma non è stata fornita alcuna risposta apprezzabile e questo rende il quadro d’insieme se possibile ancora più cupo perché ai rappresentanti dei cittadini non viene data la possibilità di fare approfondimenti e comprendere la natura dei loro comportamenti. Così si può dire tutto e il suo contrario senza tema di smentite come nel caso della disponibilità del presidente Kaswalder a pagarsi l’avvocato che fino ad ora è stato sovvenzionato dai cittadini: c’è o non c’è un accordo scritto in questo senso? C’è chi dice di sì, ma i verbali vecchi di mesi non sono messi a disposizione dei consiglieri che non fanno parte dell’ufficio di presidenza e le risposte di Kaswalder alle interrogazioni non rassicurano affatto perché dice che non ci sarebbero “accordi fra componenti dell’ufficio di presidenza ma decisioni collegiali”. Di certo c’è che per le delibere dell’ufficio di presidenza non è prevista l’espressione esplicita nell’atto di pareri di regolarità tecnica e/o contabile, come è ad esempio avviene per le delibere comunali, e se si cerca di vederci chiaro esercitando le funzioni assegnate ai consiglieri dai cittadini ci si trova di fronte a un muro di gomma.

Infine, anche l’aspetto psicologico della vicenda Kaswalder-Pruner merita di venir sviscerato. Siamo di fronte a politici che si sentono “eletti” non nel senso di “insigniti di una carica dal voto dei cittadini” ma di “persone chiamate a svolgere un compito superiore”. Come tali ritengono di poter fare ciò che vogliono, anche privare del lavoro una persona per aver osservato nel proprio tempo libero il congresso di una forza politica diversa dalla loro. Per questo erano arcisicuri di vincere in Appello e da quanto si apprende dai giornali lo sono ora riguardo alla Cassazione, anche se quest’ultima come noto non si esprime nel merito dei fatti ma sul rispetto delle norme. Insomma, siamo di fronte a sorta di delirio di onnipotenza che tradisce il reale pensiero di alcuni politici riguardo al “diritto” al licenziamento libero e anche al “diritto” di limitare le libertà fondamentali dei propri dipendenti. Ciò che vale per i comuni mortali non vale per gli “eletti”, quindi si sentono giustificati nell’assumere qualsiasi decisione facendola pagare alla plebe in nome della quale, teoricamente, esercitano il loro ruolo, un dettaglio quest’ultimo che preferiscono però dimenticare.

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Vedi passaggi amministrativi e giudiziari della vicenda

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