La legge sul fondo trentino di solidarietà per le famiglie dei morti sul lavoro è discriminatoria e va cambiata

La Corte d’appello di Venezia ha confermato la condanna all’imprenditore che aveva spostato il corpo di Vitali Mardari, lavoratore moldavo deceduto nei boschi di Sagron Mis mentre operava in nero per conto di una ditta di taglio piante. Dal Trentino la famiglia di Vitali Madari non riceverà alcuna compensazione. Questo perché lui non era residente in Provincia e la legge che istituisce il fondo di solidarietà per le famiglie delle vittime sul lavoro discrimina fra morti di serie A (i trentini) e morti di serie B (tutti gli altri). Sulla questione il M5S ha stilato un’interrogazione, ma per risolvere davvero il problema servirebbe un intervento da parte della giunta, la quale però non pare particolarmente interessata al tema degli infortuni e delle morti sul lavoro

Quello di Mardari non è l’unico caso simile avvenuto in questi anni in Provincia di Trento. Per come è scritta la legge prevede che per accedere al risarcimento (peraltro non particolarmente generoso, in media qualcosa più di 10 mila euro) la vittima debba essere residente in Trentino. Se a morire è ad esempio un lavoratore proveniente dal Veneto o dalla Lombardia, la famiglia non ha diritto a niente. Il “Fondo di solidarietà per i familiari delle vittime di incidenti mortali sul lavoro o in attività di volontariato” è stato istituito nel 2011 da una maggioranza diversa da quella attuale, la quale a sua volta, almeno per ragioni ideologiche, non pare particolarmente propensa a cambiare le cose. Il Fondo in questione eroga ogni anno cifre assai contenute (13.880 euro all’anno in media, nel 2020 e nel 2021 non è stato versato nulla), sebbene il Trentino abbia un numero di infortuni e morti sul lavoro assai rilevante nel quadro nazionale, questo perché le regole per accedervi sono assai stringenti. Detto altrimenti, il Fondo non pesa particolarmente sul bilancio provinciale. Non sarebbe quindi un problema di risorse ad impedire di estendere il Fondo a tutte le famiglie delle eventuali vittime (le quali certo preferirebbero non doverli chiedere quei soldi…), ma semplicemente una questione di mancanza di interesse per la problematica o di opposizione ideologica all’estensione del beneficio.

Come M5S abbiamo sollevato più volte la questione del sostegno alle vittime di infortuni e morti sul lavoro. Ad esempio, abbiamo chiesto di istituire un Fondo per potenziare la prevenzione ma la maggioranza si è rifiutata di darci ascolto. Ora torniamo a chiedere che si metta mano alla palese ingiustizia di escludere i familiari delle vittime dal Fondo di solidarietà, solo in base al criterio della residenza. Si tratta di una questione di Giustizia, ma ancor prima di minima umanità.

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Segue il testo integrale dell’interrogazione 3933/XVI del 17 settembre 2022 “Criteri e parametri per l’accesso ai benefici del fondo di solidarietà per i familiari delle vittime di incidenti mortali sul lavoro o in attività di volontariato”

La Corte d’appello di Venezia, uniti tutti i reati sotto il vincolo della continuazione e senza concessione delle attenuanti generiche, ha confermato la condanna a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa, in primo grado, dal Tribunale di Trento nei confronti del titolare dell’impresa boschiva imputato nel caso giudiziario riguardante la tragica morte di Vitali Mardari, 28enne di origine moldava, avvenuta il 19 novembre 2018 nei boschi di Sagron Mis nel corso delle operazioni di installazione di un cavo d’acciaio di una teleferica per il trasporto del legname. L’imputato è stato inoltre condannato a una provvisionale, immediatamente esecutiva, di 110 mila euro, oltre alle spese di costituzione ad assistenza liquidate in 8 mila euro più accessori (Mardari era morto nei boschi del Primiero colpito dalla teleferica, lavorava in nero e il corpo era stato spostato. La Corte d’appello conferma la condanna al titolare della ditta – Il Dolomiti, 16 settembre 2022);

la Provincia riconosce il valore civile del lavoro e del volontariato e sostiene i familiari dei lavoratori e dei volontari vittime di incidenti mortali, secondo quanto disposto dalla legge sul funzionamento del Fondo di solidarietà per i familiari delle vittime di incidenti mortali sul lavoro o in attività di volontariato n.13 del 2011. A tal fine ha istituito un fondo di solidarietà per l’erogazione di contributi una tantum a titolo assistenziale nell’immediatezza dell’evento mortale. Tuttavia, per gli effetti dell’art.2, co. 3 della medesima legge, laddove si prevede il contributo di solidarietà spetta solo se la vittima e i familiari beneficiari sono residenti in provincia di Trento al momento dell’incidente, i familiari di Vitali Mardari non hanno diritto a nessun contributo una tantum a titolo assistenziale;

una sorte simile a quella dei familiari di Vitali Mardari è toccata alla moglie e ai tre figli di Nicolae Catalan, il tecnico rumeno di 30 anni che abitava a Bolzano e che è morto schiacciato dal contrappeso di un’ascensore in un cantiere all’esterno della casa di cura Eremo ad Arco (Arco: muore schiacciato dal contrappeso dell’ascensore – TgR Rai, 21 dicembre 2021). Plausibilmente molti dei familiari delle 13 vittime degli infortuni mortali sul lavoro registrati nell’anno 2021 in provincia di Trento non hanno potuto beneficiare del fondo di solidarietà visto che, a quanto ci risulta, in quell’anno non sono stati erogati contributi ;

in risposta all’interrogazione 3134/XVI del 25-ott-2021 “Funzionamento del fondo di solidarietà per i familiari delle vittime di incidenti mortali sul lavoro o in attività di volontariato” l’assessore Achille Spinelli ha affermato che nell’anno 2012 sono stati erogati complessivamente € 65.212,00 a 4 nuclei familiari, nel 2013 € 44.947,00 a 4 nuclei familiari, nel 2016 € 14.269,00 a 1 nucleo familiare e nel 2019 € 14.377,00 a 1 nucleo familiare. Negli anni 2020 e 2021 non sono stati erogati contributi (NB. nel 2021 nella sola provincia di Trento si sono registrati almeno n.13 infortuni sul lavoro). Quindi complessivamente il fondo ha erogato aiuti per € 138.805,00;

nonostante il consistente numero di vittime sul lavoro che continua a registrarsi anche in Trentino (vedasi dati contenuti nella proposta di risoluzione n.103/38/XVI presentata il 22 giugno 2021), per gli effetti dell’art.2 della lp n.13 del 2011 che non riconosce ai familiari dei morti sul lavoro registrati sul territorio trentino il diritto a nessun contributo una tantum a titolo assistenziale e dei parametri restrittivi definiti dalla Giunta ai sensi dell’art.3, co.2, le somme che sono state erogate dall’entrata vigore della legge provinciale ad oggi sono particolarmente esigue, sia come media annua complessiva (13.880 euro/anno) sia come media per ogni singolo caso (13.880 euro/anno);

al di là degli aspetti meramente finanziari, l’interrogante ritiene che il requisito di residenza delle vittime e dei loro familiari per poter beneficiare del contributo assistenziale siano in contrasto con il principio di uguaglianza nella tutela del lavoro, il quale è sancito espressamente dagli articoli che disciplinano i diritti e i doveri dei cittadini nel Titolo III “Rapporti economici” della Costituzione. In particolare, l’art.36 prevede che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. A parere dell’interrogante è pacifico il legame tra “quantità e qualità del lavoro” e “un’esistenza libera e dignitosa” dei lavoratori e della loro famiglia, indipendentemente dal luogo di residenza dei lavoratori e dei loro familiari;

una proposta di legge di iniziativa consiliare per rimediare alle conseguenze di una disposizione normativa tanto discriminatoria non potrebbe essere trattata nel corso della presente legislatura, la quale come noto, volge al termine. In ogni caso se l’iniziativa fosse promossa da un consigliere di minoranza, come l’interrogante, non avrebbe probabilità di superare le logiche del settarismo politico. Per questa considerazione di ordine pratico, si ritiene che possa essere la Giunta a promuovere un adeguamento normativo, qualora ritenesse di rispettare il valore della vita delle persone coinvolte in incidenti sul lavoro e dei loro familiari; 

tutto ciò premesso si interroga il Presidente della Provincia per conoscere

  1. la serie storica degli infortuni mortali sul lavoro registrati in provincia di Trento con la specifica dell’età, della nazionalità e del luogo di residenza della vittima, del settore economico e della tipologia di inquadramento lavorativo dal 2000 ad oggi;
  2. se non ritenga di sottoporre l’ipotesi di abrogare la disposizione di cui al comma 3, articolo 2 della lp n.13 del 2011 a una valutazione di conformità con i principi costituzionali nella parte relativa ai diritti e ai doveri dei cittadini nonché a una valutazione di impatto finanziario tenendo in considerazione le statistiche degli infortuni mortali avvenuti dal 2012 da oggi e l’ipotesi di rimozione del requisito del luogo di residenza delle vittime e dei loro familiari;
  3. se, ai sensi del comma 2 dell’articolo 3 della della lp n.13 del 2011, non ritenga di avviare un confronto con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative e l’Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro (ANMIL) di Trento, per rivedere i parametri per il calcolo dell’indicatore della condizione economica familiare (ICEF) per l’accesso ai benefici del fondo di solidarietà al fine di incrementare la media degli stanziamenti per singolo caso, fermo restando l’adozione di criteri di maggiore generosità per i familiari in situazione di difficoltà economica;

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