Referendum. Le ragioni (diverse) per tagliare il numero dei parlamentari

Domenica e lunedì i trentini e gli italiani saranno chiamati a decidere se vogliono ridurre il numero dei parlamentari oppure se lasciare le cose come stanno. 

I fatti: attualmente il Parlamento ospita 945 eletti suddivisi in 630 deputati e 315 senatori. La modifica costituzionale sottoposta a referendum prevede di ridurne il numero a 600, portando a 400 i membri della Camera bassa e a 200 quelli della Camera alta. Si tratta di un cambiamento che le forze politiche invocavano (a parole…) da almeno 40 anni, votato in 4 letture nell’arco di 1 anno e mezzo dal 98% dei nostri rappresentanti. Gli stessi che poi hanno subito raccolto fra loro una settantina di firme per sottoporre la legge a referendum. Al di là dell’evidente strumentalità politica di questo comportamento ritengo che chiamare i cittadini ad esprimersi sia sempre un fatto positivo. Ben venga dunque il referendum, anche se chi lo ha promosso non era certo animato da un sincero sentimento democratico ma solo dalla volontà caparbia di mantenere una posizione di potere.

Perché votare sì: oltre alle considerazioni più ovvie sull’utilità di portare il numero dei nostri rappresentanti in linea con quello degli altri Paesi paragonabili al nostro e di rendere più efficiente la macchina legislativa, una questione poco dibattuta ma decisiva a favore del taglio dei parlamentari riguarda l’evoluzione subita dall’intreccio della rappresentanza negli ultimi 60 anni, un’evoluzione che ha reso evidente l’utilità della riduzione dei componenti del Parlamento.

L’attuale numero dei parlamentari è stato stabilito nel 1963. All’epoca le Regioni non erano ancora state istituite e il loro ruolo è stato successivamente rafforzato con la riforma istituzionale del 2001 che ha amplificato la capacità di legiferare dei Consigli regionali e più in generale delle autonomie locali di disciplinare e amministrare la vita collettiva a livello locale. Dagli anni ‘80 esiste inoltre la Conferenza Stato-Regioni, che ha acquisito sempre più più peso e funzioni al fine di favorire la cooperazione tra l’attività dello Stato e quella delle Regioni e delle Province autonome. La rappresentanza si è dunque estesa e rafforzata a livello locale.

Nel 1963 l’Unione Europea non esisteva ancora, c’era la Comunità Economica Europea, costituita da soli 6 membri. L’Unione Europea è nata con il Trattato di Maastricht del 1993 e fino al 2007 è cresciuta salendo a 28 Stati con l’ingresso di Bulgaria e Romania (27 quando si realizzerà la Brexit). Sin da subito la UE ha iniziato a sfornare regolamenti e direttive a cui gli Stati membri si devono adeguare recependole tramite leggi statali. La UE è dunque un livello istituzionale forte che affianca i Parlamenti nazionali.

Non si può dimenticare l’evoluzione del ruolo della Corte Costituzionale, oggi sempre più incisivo nel processo legislativo per l’aspetto della costituzionalità delle leggi ma che nel 1963 era ancora piuttosto marginale, dato che la Corte aveva iniziato ad essere operativa solo nel 1955 ed ha smaltito gli arretrati accumulati solo sul finire degli anni ‘80. Tanto per fare un esempio, solo nel 2019 la Corte ha adottato 204 sentenze e 87 ordinanze per un totale di 291 pronunce. Considerando che ognuna di esse affronta molteplici questioni, le decisioni raggiungono un elevato numero di interventi sull’interpretazione delle leggi alla luce del dettato costituzionale. Tutto ciò comporta un ulteriore livello di tutela ai cittadini e al Parlamento.

Rispetto agli anni ‘60 ci sono infine una miriade di autorità create per assicurare la corretta applicazione delle leggi: Autorità Nazionale Anticorruzione, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Autorità Garante delle Concorrenza e del Mercato o il Garante per la Protezione dei Dati Personali. Senza contare l’introduzione e il rafforzamento della figura del Difensore Civico, figura preposta alla tutela dei diritti fondamentali e degli interessi legittimi nei confronti della pubblica amministrazione.

A fronte di una simile evoluzione del sistema dei poteri e del loro bilanciamento, ridimensionare il numero dei parlamentari era ed è doveroso. Prova ne sia il fatto che tutte le riforme proposte dagli anni ‘80 ad oggi l’hanno considerato un obiettivo da perseguire (vedi il dettaglio sul dossier pubblicato dall’ufficio studi di Camera e Senato “Riduzione del numero dei parlamentari”). Alla luce della situazione che si è venuta a creare col rafforzamento delle istituzioni transnazionali e locali, per trovare risposte più vicine ai bisogni dei cittadini bisogna dunque rendere più efficiente e meno pletorico il lavoro nei rami del Parlamento, dove attualmente a lavorare davvero sono circa due terzi degli eletti.

Al di là della moltiplicazione delle istituzioni rappresentative va presa in considerazione anche l’evoluzione sociale e tecnologica. Il modello ottocentesco della rappresentanza politica va adattato alle mutate condizioni delle comunicazioni e dei trasporti. Pensiamo al tempo necessario per trasferirsi da Trento a Roma. Oggi bastano 4 ore di treno e un tragitto in metropolitana per raggiungere il Parlamento. Quante ne servivano nel 1963? Senza considerare gli strumenti della comunicazione che possono facilmente tenere in contatto il parlamentare con il territorio che lo ha eletto. Oltre a consentire spostamenti più rapidi il rapporto eletto-elettori si è potenzialmente intensificato con l’utilizzo delle tecnologie: telefonia mobile, social network, chat e siti internet per favorire contatti diretti ma anche piattaforme informatiche per controllare a distanza il lavoro svolto. Tutte evoluzioni che permettono ai singoli eletti di poter essere molto più rappresentativi degli elettori confrontandosi con loro in maniera costante e non solo in maniera unidirezionale sotto elezioni. Questo ovviamente assumendo che il parlamentare voglia essere rappresentativo nei fatti e non solo a parole per salvare poltrona e benefit annessi, messi a rischio dalla riforma…

* lettera inoltrata al giornale Trentino il 17 settembre e NON pubblicata

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La videoregistrazione di alcuni dibattiti a cui ho partecipato:

2 Replies to “Referendum. Le ragioni (diverse) per tagliare il numero dei parlamentari”

  1. Marco Boato, quando fu eletto negli anni ottanta, così come fui eletto io nel 1986 nella circoscrizione di Ravina, assieme a Roberto Fraceschini e Iva Berasi, con i Verdi del Trentino, ricordo che questi tre che ho citato, del Pianeta Terra che aveva la febbre, dello scioglimento dei ghiacciai, con l’aumento delle temperature, delle politiche green non gli è mai fregato nulla.

    Le uniche discussioni erano: zio porcole che razza de grossi stipendi, con doi legislature te ciapi anca ‘na bella pension, ostia!… Difatti dopo tre riunioni, tutte dello stesso argomento, me ne andai schifato dicendo loro che speravo che un giorno ci fosse qualcuno che si accorgesse chi fossero in realtà e il motivo per il quale, questi tre politicanti erano entrati in politica : per il ricco stipendio e per il ricco vitalizio. Ce n’è voluto del tempo dal lontano 1986,ma quel tempo oggi è arrivato grazie al M5S.

    Ovvio che chi è entrato in politica per fare il mantenuto pubblico milionario a sbafo degli italiani propagandi il NO al taglio dei parlamentari, perché il taglio è solo il primo inizio. Poi ci saranno il taglio dei abnormi stipendi dei parlamentari e per finire il taglio abbondante dei vitalizi.

    Ovvio che i paleopolitici siano contro il M5S, è l’unico entrato per fare le Leggi in favore del popolo e non in favore dei parlamentari, come han fatto e fanno tutti gli altri, quelli del Jurassic Park della politica, dal dopoguerra ad oggi.

    Il tempo della potatura è arrivato, grazie al M5S.

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