Il Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige / Südtirol chiede a Governo e Parlamento di rimuovere gli ostacoli alla convocazione dei referendum

Il 21 aprile 2021 il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige / Südtirol ha approvato a larga maggioranza (49 favorevoli, 4 contrari e 6 astenuti) la proposta di voto n.7 con cui si chiede a Governo e Parlamento di impegnarsi ad adeguare gli strumenti per garantire l’esercizio del diritto a promuovere referendum e iniziative popolari senza irragionevoli restrizioni. L’intervento legislativo si è reso necessario per evitare il ripetersi delle violazioni all’articolo 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, il quale, riprendendo i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevede che ogni cittadino abbia il diritto, e la possibilità, senza alcuna discriminazione (come recita l’Art. 2 del patto sia essa discriminazione di “razza, colore, sesso, religione, opinione politica o qualsiasi altra opinione, origine nazionale o sociale, condizione economica, nascita o qualsiasi altra condizione”) e senza restrizioni irragionevoli, di partecipare alla direzione degli affari pubblici, personalmente o attraverso rappresentanti liberamente scelti.

Oggi il Consiglio regionale ha dimostrato di essere attento alla salvaguardia dei diritti politici e di avere il coraggio di rivolgersi direttamente alle Autorità statali per rimediare alle situazioni che mettono in pericolo lo stato di Diritto e la tenuta dell’ordinamento democratico. L’impegno che sarà inviato a Governo e Parlamento consiste in tre punti:

  • che Governo e Parlamento si impegnino a valutare l’impatto normativo delle misure necessarie a porre fine alle violazioni e delle restrizioni al diritto dei cittadini di promuovere referendum e iniziative popolari;
  • che le Istituzioni statali traducano in italiano e tedesco le valutazioni delle Nazioni Unite in merito alla violazione dei diritti politici dei cittadini in fatto di referendum e iniziative popolari e comunichino al Comitato delle Nazioni Unite le iniziative prese dallo Stato italiano per porre rimedio ai rilievi ad esso avanzati;
  • che Governo e Parlamento informino Regioni ed enti locali della necessità di adeguare i loro statuti, leggi e regolamenti in modo da evitare che proseguano le violazioni delle procedure referendarie locali dotate di misure di autenticazione delle firme analoghe a quelle statali;

A fronte di tutto questo non possiamo che dirci soddisfatti del lavoro svolto e del consenso generalizzato attorno a queste proposte che mirano ad ampliare gli spazi democratici. Questa volta la politica trentina, altoatesina e sudtirolese ha fatto il suo dovere e ne siamo fieri!

Segue il testo integrale della proposta di voto approvata dall’Aula del Consiglio regionale (pdf e versione testuale):

* * * * *

Proposta di voto regionale n.7 (pdf in lingua italiana e tedesca) presentata il 19 maggio 2020 sottoscritta dai consiglieri Marini e Nicolini (M5S), Köllensperger e Rieder (Team K), Dello Sbarba (Grünen) e Coppola (Misto) affinché il Parlamento e il Governo italiano si impegnino ad adeguare i diritti politici sul referendum alle osservazioni del Comitato dei Diritti Umani dell’ONU (approvata il 21 aprile 2021)

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU), adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, rappresenta il primo documento universale attraverso cui la comunità internazionale riconosce i diritti umani in quanto tali, spettanti ad ogni individuo senza distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione;

l’art. 21 della DUDU afferma quanto segue:

  1. “Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
  2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
  3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.”;

il primo periodo dell’art. 21, che nel caso di specie è quello che ci interessa maggiormente, sancisce il diritto di partecipare alla vita politica del proprio Paese attraverso due modalità: direttamente e quindi in prima persona oppure tramite rappresentanti scelti attraverso libere elezioni;

per attuare i principi della DUDU è stata siglata successivamente una Convenzione fondamentale per il riconoscimento dei diritti umani, ovvero il Patto Internazionale sui diritti civili e politici (PIDCP), adottato nel 1966 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ratificato dall’Italia il 15 settembre 1978 ed entrato in vigore il 15 dicembre 1978;

l’art. 25 del PIDCP prevede che:

“Ogni cittadino ha il diritto, e deve avere la possibilità, senza alcuna delle discriminazioni menzionate all’articolo 2 e senza restrizioni irragionevoli:

a) di partecipare alla direzione degli affari pubblici, personalmente o attraverso rappresentanti liberamente scelti;

b) di votare e di essere eletto, nel corso di elezioni veritiere, periodiche, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, che garantiscano la libera espressione della volontà degli elettori;

c) di accedere, in condizioni generale di eguaglianza, ai pubblici impieghi del proprio paese.”;

anche nel PIDCP si ritrova lo stesso principio espresso nella DUDU: ciascun cittadino ha il diritto di partecipare alla gestione della res publica del proprio Paese sia in prima persona, sia attraverso dei rappresentanti da lui scelti;

al fine di vagliare la corretta applicazione del PIDCP da parte degli Stati aderenti, l’art. 28 istituisce il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite (in inglese: International Covenant on Civil and Political Rights, abbr. ICCPR) composto da 18 membri di alta levatura morale e di riconosciuta competenza nel campo dei diritti dell’uomo che ricoprono tale carica a titolo individuale e che garantiscono piena indipendenza ed il rispetto dei diritti sanciti nel Patto;

al PIDCP si aggiunge un Protocollo Opzionale, anch’esso ratificato dall’Italia, che prevede il potere di ricevere e di esaminare, secondo quanto enunciato nel Protocollo, comunicazioni provenienti da individui che ritengono di essere vittime di violazioni rispetto a un qualsiasi diritto enunciato nel Patto da parte dello Stato firmatario;

ai sensi dell’art. 2 del Protocollo Opzionale è infatti previsto che: “Salvo quanto è stabilito all’articolo primo, ogni individuo il quale pretenda che un qualsiasi diritto enunciato nel Patto è stato violato, ed abbia esaurito tutti i ricorsi interni disponibili (ndr internamente allo Stato), può presentare una comunicazione scritta al Comitato affinché la esamini.”;

le decisioni del Comitato contengono raccomandazioni agli Stati pertanto non hanno un carattere vincolante. Quando il Comitato rileva una violazione dei diritti invita lo Stato a fornire informazioni, entro un termine di 180 giorni, sulle misure intraprese in attuazione delle raccomandazioni. Se lo Stato non si attiva in modo appropriato, il caso è tenuto in considerazione dal Comitato secondo una procedura di “follow-up” che prevede il dialogo con l’entità statale; il caso rimane aperto finché non sono poste in essere misure ritenute soddisfacenti a risolvere la questione;

il Comitato dei Diritti umani dell’Onu, ha adottato il 6 novembre 2019 le proprie Opinioni  (CCPR/C/127/D/2656/2015) a seguito del ricorso presentato da due cittadini italiani, Mario Staderini e Michele De Lucia, che avevano presentato in Cassazione, nel 2013, l’iniziale richiesta per lo svolgimento di 6 referendum relativi all’abrogazione di leggi sull’immigrazione, la droga, il divorzio breve e il finanziamento pubblico ai partiti e alla chiesa senza riuscire però a raccogliere le 500mila firme richieste per via dei numerosi ostacoli burocratici e normativi;

il 17 luglio 2015, Staderini e De Lucia, dopo aver esaurito tutti i rimedi interni previsti dallo Stato italiano, presentano una Comunicazione al Comitato, lamentando un’indebita restrizione, arbitrarietà ed irragionevolezza delle leggi e delle procedure che disciplinano lo svolgimento dei referendum in Italia. I due sostengono infatti che il diritto costituzionalmente garantito di richiedere un referendum viene assicurato solo da un punto di vista meramente formale poiché nella pratica vi sono troppi ostacoli che rendono questo diritto non effettivo e di conseguenza impraticabile;

nella Comunicazione, i due autori elencano le difficoltà riscontrate connesse alla promozione di un referendum: l’obbligo (stabilito dall’art. 75 della Costituzione e dalla legge  25 maggio 1970, n. 352 Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo) di raccogliere 500mila firme in un arco di tempo troppo breve (sei mesi) in relazione a tutti gli adempimenti necessari alla loro autenticazione; la procedura di certificazione dei fogli e di autenticazione delle firme risulta essere troppo macchinosa soprattutto a causa delle difficoltà a reperire coloro che devono procedere all’autenticazione, i quali se da un lato devono necessariamente ricoprire la carica di pubblico ufficiale, dall’altro vi è la mancanza di una qualsiasi forma di obbligatorietà a mettersi a disposizione a tal fine; il quorum di partecipazione corrispondente al 50% più uno degli aventi diritto al voto e la mancanza di adeguata informazione da parte dei media e delle autorità locali circa i quesiti e le modalità referendarie;

oltre a ciò, i promotori della Comunicazione specificano come, nel corso della raccolta firme necessarie ad indire i referendum, avessero inviato lettere al Ministro dell’Interno e al Ministro della Giustizia per segnalare gli ostacoli incontrati, tuttavia, il periodo di tempo previsto dalla legge per la raccolta firme si esaurì senza che i promotori riuscissero a raggiungere la soglia prevista. Nella Comunicazione i due spiegano di aver egualmente depositato le firme raccolte presso la Corte di Cassazione, chiedendo che le iniziative trovassero accoglimento, ma l’Ufficio Centrale respinse la richiesta per il mancato raggiungimento delle 500mila firme;

nelle Opinioni (per esteso “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol concerning communication No. 2656/2015”) adottate il 6 novembre 2019, il Comitato dichiara l’ammissibilità ad esprimere un parere sulla Comunicazione in quanto la stessa questione non era già in corso di esame in base ad un’altra procedura internazionale d’inchiesta o di regolamento pacifico ed in quanto tutti i rimedi interni disponibili erano già stati esperiti;

il Comitato sostiene in primo luogo che l’articolo 25 del PIDCP non impone agli Stati di prevedere specifiche forme di democrazia diretta. Tuttavia, anche alla luce di quanto già affermato nel Commento Generale n. 25 (General Comment No. 25 – The right to participate in public affairs, voting rights and the right of equal access to public service (Art. 25), quando tali forme di partecipazione diretta dei cittadini sono previste, gli Stati non devono operare discriminazioni fra i cittadini e non devono imporre restrizioni irragionevoli;

il Comitato ritiene che, nel caso di specie, l’obbligo di raccogliere le firme in presenza di funzionari pubblici o rappresentanti eletti costituisca una restrizione irragionevole dei diritti con conseguente violazione dell’articolo 25, a) e dell’articolo 2, paragrafo 3) del PIDCP;

in considerazioni delle valutazioni sopra esposte il Comitato raccomanda all’Italia di rivedere la normativa statale sugli istituti di partecipazione popolare al fine di garantire che non siano previste restrizioni irragionevoli alla partecipazione dei cittadini. In particolare si suggerisce all’Italia di rendere agevole per i promotori dei referendum l’autenticazione delle firme; di consentire la raccolta delle firme in luoghi dove sia possibile raggiungere i cittadini; di assicurare che la popolazione sia adeguatamente informata sulle iniziative e sulle possibilità di partecipazione;

inoltre, nel punto 6.1 il Comitato sottolineato che ulteriori strumenti di democrazia diretta possono essere introdotti anche a livello locale. Tali strumenti non sono menzionati nel dettaglio ma il riferimento è evidentemente all’art. 123 della Costituzione dove è previsto che ciascun statuto regionale regola l’esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione” e alle leggi statali e regionali che disciplinano tali diritti all’interno degli enti locali. A tal riguardo, affinché si abbia una piena attuazione dei rimedi volti a tutelare il diritto effettivo al referendum così come auspicato dal Comitato, è pacifico ritenere che, laddove vi siano degli strumenti referendari che dispongano le stesse o analoghe misure di autenticazione delle sottoscrizioni di quelle statali, com’è per esempio nel caso delle Regioni o delle Province Autonome, sia necessario che anche queste vengano adeguate alle Osservazioni del Comitato;

infine il Comitato rammenta che l’Italia aderendo al Protocollo opzionale ha riconosciuto la competenza del Comitato di stabilire se vi sia stata una violazione del Patto e che, sulla base dell’articolo 2 del Patto stesso, l’Italia si è impegnata a fornire un rimedio efficace nei casi di violazione. Il Comitato ha invitato l’Italia a fornire entro 180 giorni, ovvero entro il mese di maggio 2020, informazioni in merito alle misure intraprese per rendere effettive le opinioni espresse dal Comitato;

il Consiglio regionale della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, ai sensi dell’articolo 35 dello Statuto di autonomia, fa voti al Parlamento e al Governo italiano affinché

  1. secondo quanto disposto dall’art. 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici di cui l’Italia è parte, si impegnino a predisporre una valutazione di impatto normativo in ordine alle misure necessarie a porre fine alle violazioni dell’art. 25 a) e dell’art. 2 paragrafo 3 del PIDCP constatate dal Comitato dei diritti umani nelle Opinioni del Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite CCPR/C/127/D/2656/2015;
  2. si adoperino a pubblicare la traduzione in lingua italiana e, ai fini della tutela della minoranza linguistica della provincia di Bolzano, in lingua tedesca delle Opinioni del ICCPR CCPR/C/127/D/2656/2015 e inviare entro il termine di 180 giorni previsto dall’Opinione, una comunicazione al Comitato contenente le misure intraprese dallo Stato italiano per porre rimedio alle violazioni accertate dal Comitato;
  3. informino Regioni ed enti locali della necessità di adeguare statuti, leggi e regolamenti al fine di evitare il protrarsi di violazioni rispetto alle procedure referendarie disciplinate a livello locale laddove dispongano misure normative di autenticazione delle sottoscrizioni identiche o analoghe rispetto a quelle statali;

2 Replies to “Il Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige / Südtirol chiede a Governo e Parlamento di rimuovere gli ostacoli alla convocazione dei referendum”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...