Lo stato della democrazia in Trentino

Con le elezioni provinciali di fine 2018, la coalizione di centrosinistra (molto di centro e poco di sinistra) che nelle precedenti tre consigliature generate col sistema maggioritario aveva governato il Trentino, ha ceduto il passo a un esecutivo di destra/destra. In una democrazia matura l’alternanza sarebbe da considerare come un’opportunità di rinnovamento. In Trentino purtroppo la situazione è tutt’altra perché la democrazia locale non ha saputo rinnovare le forme della rappresentanza e nemmeno quelle della partecipazione popolare. 

A ciò bisogna aggiungere che lo stato di diritto non è mai stato un punto di riferimento per la gran parte degli amministratori locali, ma al contrario molti di essi lo vivono come un intralcio e come un indebito limite alla gestione arbitraria delle faccende domestiche. A riprova di ciò si ricordi che in passato chi ha osato sollevare dubbi sulla salute della democrazia trentina evocando concetti come la magnadora o mettendo in guardia sulla diffusione delle attività mafiose è stato letteralmente espulso dal consesso della politica che conta e lentamente emarginato dai circoli delle élite nostrane. 

Il vecchio centrosinistra coltivava la convinzione di poter detenere per sempre il controllo della Provincia. Per questo la coalizione guidata prima da Dellai e poi da Rossi, con nel mezzo la parentesi Pacher, non ha fatto alcuno sforzo per sviluppare un sistema democratico funzionale. Al contrario si sono perseguite le solite, antichissime, pratiche clientelari, favorendo i legami di potere a discapito della salute e del rispetto istituzionale. Di conseguenza in molti cittadini si è rafforzata l’idea della politica provinciale come bancomat cui poter accedere avendo gli amici giusti. 

La responsabilità di tale disastrosa situazione, va detto, è di chi stava in maggioranza ma anche di chi sedeva all’opposizione. Nessuno si è mai preoccupato di fare la manutenzione ordinaria ai meccanismi istituzionali figurarsi quella straordinaria. Il rapporto giunta-consiglio si è via via sbilanciato a sfavore del secondo che è stato trasformato in un organo di ratifica di scelte prese altrove, con scarsa capacità di intervento sia nei termini di controllo che di indirizzo legislativo. La giunta si dotata di strutture e strumenti per gestire in maniera penetrante la cosa pubblica con iniziative legislative che per complessità e incidenza surclassano quelle consiliari e annientato quelle popolari. Sono stati adottati regolamenti che di fatto spostano tutte le leve di comando sull’esecutivo e sui singoli assessorati. Con abilità chirurgica le risorse disponibili (un tempo assai ingenti) sono state ripartite e distribuite a specifiche categorie di soggetti, programmando il ritorno elettorale nel breve/medio termine. Al contempo la giunta ha cercato di estendere la sua capacità di influenzare il mondo dell’informazione, sia con la produzione di materiale proprio che con l’erogazione di aiuti e finanziamenti diretti e indiretti a sostegno del sistema mediatico locale, non con l’obiettivo di prevenire le tendenze monopoliste e di rafforzare il pluralismo ma mirando a una sottintesa benevolenza da parte degli editori. Sono state messe in atto forme di centralismo provinciale rispetto alle autonomie locali, via via indotte a mostrarsi prone alle esigenze del governante di turno. Scarsissima è stata la trasparenza dell’agire politico/istituzionale mentre l’assenza di rigore metodologico nel processo normativo ha favorito lobby e interessi nascosti, all’apparenza non rappresentati ma in realtà capaci di influenzare in maniera decisiva gli indirizzi politici e gli stanziamenti di risorse pubbliche. Spingendoci oltre ai problemi di separazione dei poteri tra esecutivo e legislativo e di arretramento del grado di autonomia funzionale e finanziaria degli enti locali, andrebbe poi aperto un capitolo sulle modalità con cui è gestita l’amministrazione della giustizia, emergenza da sempre ridimensionata dai media locali. 

Questo è il modello che il cosiddetto centrosinistra ha edificato per almeno 3 lustri e che l’attuale destra di governo ha ereditato, non sognandosi minimamente di metterlo in discussione, visti gli enormi vantaggi che esso garantisce a chi detiene il potere.

A preoccupare dunque non è di per sé che la destra governi ma il fatto che la stessa lo faccia in una situazione di deficit democratico senza che si intravedano all’orizzonte proposte per curare la democrazia attraverso la ridefinizione delle regole e delle procedure per assicurarne il rispetto. 

La campagna elettorale del 2023 dovrebbe partire da una diagnosi dello stato della qualità della nostra democrazia al fine di scrivere un manifesto etico e politico condiviso per una rigenerazione delle istituzioni. È un fine utopico, ma al quale bisogna lavorare per evitare che la concorrenza dell’offerta politica resti una mera competizione per incamerarsi qualche punto percentuale in più, o peggio, si trasformi irreversibilmente nell’assalto alla stanza dei bottoni per assicurarsi il controllo delle casse pubbliche secondo la logica del più abietto spoils system finalizzato al dominio politico.

*Intervento inviato con richiesta di pubblicazione al Corriere del Trentino in data 25 agosto2021

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3 Replies to “Lo stato della democrazia in Trentino”

  1. content://com.android.chrome.FileProvider/images/screenshot/1630591992409911685425.jpg

    Anche in Trentino è sempre andato di moda il Fupadrino coi suoi Fugatti… Purtroppo.

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